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NUMERO 6 - 14/03/2018

 La Provincia futuribile

Già all’epoca dell’entrata in vigore dalla legge n. 56 del 2014, il futuro dell’area vasta e delle Province non appariva troppo chiaro anche per chi confidava nel buon esito della riforma costituzionale che avrebbe dovuto costituirne il presupposto. La bocciatura referendaria della Riforma Renzi-Boschi ha quindi aggiunto incertezza all’incertezza, sì da rendere ancora più difficile fare previsioni sulla sorte dell’ente provinciale. Quel che accade oggi è che si moltiplicano da parte degli amministratori locali, dell’UPI, nonché da parte della Corte dei conti – forse l’organo che dispone del miglior punto di osservazione rispetto a quel che accade sul territorio complessivamente – le richieste di intervento rispetto alle ultime scelte legislative, soprattutto con riguardo al capitolo delle risorse. Non si comprende però ancora “come andrà a finire”. Forse allo stato attuale un finale lo si può solo “immaginare”, magari prendendosi qualche libertà. Per guardare al futuro delle Province, infatti, appare necessario non solo volgere lo sguardo agli interventi operati dalla legge n. 56 del 2014, così come si sono assestati nel disegno del Titolo V della seconda parte della Costituzione del 2001, ma anche cambiare l’approccio in termini di metodo. Ebbene, la libertà a cui si accennava consiste proprio nell’ipotizzare una ristrutturazione degli enti intermedi affidata a una regìa centrale, con il precipuo scopo di riorganizzare il livello di governo in questione a partire dagli interessi dei territori medesimi, in ragione di come detti interessi si sono sviluppati nel tempo. Non si tratterebbe, per esser chiari, di togliere la parola ai territori, ma - al contrario - di assicurare la loro partecipazione a una ristrutturazione istituzionale preceduta da una riflessione non solo di natura giuridica, ma anche economica, sociologica e, non ultimo, geografica. Come si vedrà, infatti, l’esperienza maturata “a valle” di un metodo di intervento per clausole elastiche, che ha devoluto i destini di questi enti intermedi esclusivamente alla loro capacità di occupare spazio politico, consiglia di capovolgere la filosofia di fondo che ha animato gli ultimi interventi per evitare il prevalere della “legge del più forte”... (segue)



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