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FOCUS - Parlamento e governo parlamentare in Italia. Verso un affresco contemporaneo. N. 3 - 15/04/2019

 Un parlamento sotto attacco e in crisi di identità

Non sono tempi facili per i parlamenti e la democrazia rappresentativa. Sono sottoposti a critiche serrate e spesso acrimoniose, se ne mette in discussione la funzionalità e si prospetta un loro superamento o, quanto meno, un ridimensionamento. Intendiamoci, nella letteratura costituzionalistica si parla da tempo e ricorrentemente di crisi dei parlamenti. Solo per fare qualche accenno che giustifichi l’affermazione, si può ricordare che già Bryce in Modern Democracies del 1921 scriveva di una decadenza e di una patologia dei parlamenti. E Lasky parlava di decadenza delle istituzioni rappresentative nel suo libro Democracy in crisi all’inizio degli anni Trenta. Ma questi rilievi derivavano da un confronto con il modello descritto da Bagehot nel suo The English Constitution, che descrive quella che si può definire una mitica età dell’oro del parlamentarismo realizzatasi nell’Ottocento. In realtà, ogni parlamento vive in uno specifico ecosistema socio-politico-istituzionale, che ne condiziona ruolo e funzioni, amplificandoli o deprimendoli. L’unica regola è quella dell’adattamento e della trasformazione nella salvaguardia dell’essenza dell’istituto. Quando quest’ultima è messa in pericolo allora si deve parlare di crisi e non di trasformazione. Il Novecento ha segnato, a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, una sempre maggiore importanza del ruolo dell’esecutivo e il correlativo appannamento dell’immagine dei parlamenti. Tra le democrazie europee, solo in Italia, per la particolare situazione politica del nostro paese, abbiamo avuto negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale e in particolare negli anni Settanta del secolo passato, un regime incentrato sulla “centralità” del parlamento. Ma già negli anni Novanta tutto era cambiato e il governo è divenuto il perno dell’attività politico-istituzionale. In questo primo scorcio del nuovo secolo la condizione dei parlamenti e della democrazia rappresentativa sembra subire un ulteriore deterioramento. Con preveggenza sul dibattito che è seguito negli anni successivi - e che è di stringente attualità – nel 2001 Dahrendorf affermò: «Forse la democrazia non è morta, ma i parlamenti decisamente sì». In effetti, in questi anni i parlamenti hanno dovuto affrontare una nuova sfida che è molto più insidiosa (almeno ai miei occhi) di quelle precedenti, che deriva dalla combinazione di due elementi: lo straordinario sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa unito all’emergere di movimenti politici populisti. La rete di internet ha influito pesantemente sulla politica, le sue modalità di esplicazione, le sue istituzioni. Come ha evidenziato uno storico israeliano, Yuval Noah Harari: «Al crescere del volume dei dati e della velocità con cui si diffondono, venerabili istituzioni come le elezioni, partiti politici e i parlamenti potrebbero diventare obsolete – non perché esse non si ispirino a principi etici, ma perché non elaborano i dati in maniera efficiente. Queste istituzioni si sono sviluppate in un’epoca in cui la politica si evolveva più in fretta della tecnologia […] Le rivoluzioni tecnologiche adesso avanzano più in fretta dei processi politici, determinando quella perdita di controllo che parlamentari ed elettori sperimentano da qualche tempo». Si può condividere o meno questa analisi, ma è certo che dopo la radio e la televisione, la rivoluzione tecnologica di internet ha sconvolto la politica e le sue istituzioni… (segue)



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