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FOCUS - Parlamento e governo parlamentare in Italia. Verso un affresco contemporaneo. N. 3 - 15/04/2019

 Crisi del parlamentarismo e initiative

Oggi non è più il tempo della democrazia rappresentativa. Sembra essere questo lo slogan più efficace per descrivere oggi la crisi delle istituzioni del costituzionalismo liberaldemocratico. A questa crisi, che ha radici profonde e lontane, contribuisce soprattutto un’idea ricorrente, spacciata per nuova: l’organizzazione giuridica di una polis deve permettere al demos di esprimersi direttamente. Una simile idea presuppone l’esistenza di una realtà oggettiva che chiamiamo popolo; che questa realtà sia portatrice di interessi omogenei, che possono essere tradotti in decisioni politiche dirette, ossia senza mediazioni da parte di corpi intermedi (come i partiti o i sindacati). Nutro seri dubbi che questa rappresentazione sia attendibile: un simile modo di vedere le cose, però, è diffuso e, soprattutto, dominante nella cultura politica occidentale dei nostri tempi. Il populismo è la sagoma di questa visione del mondo. La democrazia populista è, com’è noto, immediata e dis-intermediata. Le forme della comunicazione attraverso i social network sono il veicolo della politica populista: la velocità e l’istantaneità di un twitt possono assicurare meglio di ogni altro medium una presenza costante a chi si identifica col popolo e pretende perciò di esprimerne e realizzarne i bisogni. Siamo agli antipodi della tradizione del parlamentarismo che aveva fatto della rappresentanza politica mediata dai partiti politici lo schema generale per “rendere presente” l’informe popolo nelle istituzioni politiche e di governo. Come sappiamo, la democrazia moderna si regge su due componenti: rappresentativa e plebiscitaria. La prima costituisce la regola e la seconda uno strumento per correggere o integrare la componente rappresentativa. Nella nuova weltanshauung la democrazia non può che essere immediata: il popolo non va rappresentato ma deve governare senza mediazioni. I titolari degli organi di governo sono “uno di noi”: tra governati e governanti non v’è filtro perché gli uni si identificano negli altri. In questo contesto un’istituzione come il parlamento, strumento di mediazione tra la società civile e le istituzioni di governo (lo Stato), sede della rappresentanza di interessi generali, luogo per eccellenza del processo discorsivo di decisione democratica, non può che costituire un relitto del passato, da rimuovere e sostituire con un’altra forma di democrazia. Non posso approfondire: ma se consideriamo questo scenario possiamo comprendere il senso di una serie di proposte di revisione costituzionale che sono in discussione proprio per iniziativa delle forze politiche che, in Italia, sostengono il governo populista c.d. “giallo-verde”. I punti forti sono la riduzione del numero dei parlamentari (non il superamento del bicameralismo) e l’introduzione dell’initiative. La giustificazione della prima proposta è il mantra populista della riduzione dei costi della politica parlamentare (il medesimo argomento portato a sostegno della revisione approvata dalla maggioranza di centro-sinistra nella XVI legislatura, e che, proprio i partiti oggi al governo, avevano combattuto nel referendum sancendone la clamorosa bocciatura); quella della seconda proposta, è l’innesto di uno strumento di decisione popolare diretta in luogo del modello di government by discussion. Sullo scenario, almeno nella cultura che sta alla base del Movimento 5 stelle, v’è l’abiura del divieto di mandato imperativo (art. 67 cost.): il popolo non può essere rappresentato ma, in quanto entità omogenea, deve poter decidere hic et nunc. Le due proposte tendono a marginalizzare il parlamento e la dottrina che lo aveva eretto a casa di vetro nella quale i cittadini possono rispecchiarsi attraverso i propri rappresentanti. L’ipotesi patologica di un dissenso tra rappresentato e rappresentante è ora eretta a situazione fisiologica: per tale ragione la soluzione non può che essere quella di una progressiva sostituzione, mediante la restituzione dello scettro al principe, a un principe che si immagina e si vuole capace di decidere. Quasi che chi pur sempre li rappresenta possa essere ridotto a flatus vocis (anziché essere considerato per quello che in realtà è: il vero sovrano). Tra le due proposte di revisione, è soprattutto l’initiative a costituire un tema da approfondire attentamente, sia per valutarne i contenuti, sia, soprattutto, per considerarne le conseguenze sul modello di democrazia rappresentativa. Lo schema è semplice, anche se molto complessa risulta la sua realizzazione: una frazione di cittadini presenta un progetto di legge che, se non viene approvato dal parlamento o se viene deliberato con modifihe, è sottoposto al voto dell’intero corpo elettorale mediante un referendum popolare… (segue)



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