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NUMERO 29 - 21/10/2020

 Tutto ciò che si può (e si deve) fare con i regolamenti parlamentari, all’indomani del referendum costituzionale

L’esito positivo – con un distacco record in termini percentuali rispetto ai precedenti referendum costituzionali – del referendum svoltosi il 20-21 settembre 2020 ha smosso le acque quanto all’assetto delle istituzioni italiane. Trattandosi di una revisione costituzione puntuale, che si è limitata ad abbassare il numero dei deputati e dei senatori elettivi, oltre che a rivedere la disciplina della nomina dei senatori a vita, è chiaro che essa va ora accompagnata da una serie di interventi di attuazione e integrazione perché il suo impatto sull’ordinamento e sul ruolo dell’istituzione parlamentare risulti effettivamente migliorativo. Al tempo stesso, proprio per questa natura puntuale della revisione costituzionale, non è affatto agevole determinare in modo univoco lungo quale direzione tali interventi debbano muoversi. Come si era già avvertito prima dello svolgimento del referendum, l’attuazione delle revisioni costituzionali è opera particolarmente ardua: a tratti persino più difficile dell’attuazione di una nuova Costituzione che, come si è osservato in recenti studi comparatistici, è chiamata a bilanciare, specie nella fase immediatamente successiva alla sua entrata in vigore, le spinte alla conservazione con quelle alla trasformazione. Nel caso delle revisioni costituzionali, infatti, le spinte alla conservazione si rivelano essere forti e l’innesto di limitati elementi di trasformazione in un tessuto ordinamentale che per il resto rimane immutato necessita di essere accompagnato da una serie di accorgimenti che ne rendano effettivo e utile, anziché traumatico (o, al contrario, impercettibile), l’impatto. A maggior ragione, poi, quando su una revisione costituzionale si è svolto un referendum, il quale ne ha reso a lungo incerto l’esito e, soprattutto, ha inevitabilmente finito per dividere i cittadini, le forze politiche e gli stessi costituzionalisti in favorevoli e contrari alla riforma. All’indomani dello svolgimento del referendum, è infatti evidente che queste divisioni vanno superate al fine di porsi l’obiettivo – necessariamente comune – di assicurare l’attuazione della riforma e il pieno vigore della Costituzione, per come riformata. Una spinta aggiuntiva al rinnovamento del parlamentarismo italiano deriva dalla pandemia attualmente in corso. Come per tanti altri settori, il Covid-19 sta funzionando da potentissimo acceleratore dei processi già in atto: in questo caso, della digitalizzazione dei processi parlamentari e anche dell’accentuazione del ruolo normativo del Governo, che nei mesi scorsi ha conosciuto, com’è noto, un ulteriore, rilevantissimo sviluppo. Le difficoltà ad assicurare la compresenza di deputati e senatori sono state affrontate, nei mesi scorsi, con soluzioni emergenziali, che hanno comunque assicurato, dopo un paio di settimane di lavori di Camera e Senato a ritmi assai rallentati, lo svolgimento regolare, ancorché a tratti faticoso, dell’istituzione parlamentare: pairing e contingentamento dei parlamentari nella primissima fase; scranni aggiuntivi nelle tribune e, a Montecitorio, nel Transatlantico; collegamenti da remoto nelle sedi informali delle commissioni; e impiego dell’istituto delle missioni per considerare come presenti, ai fini del computo del numero legale, i parlamentari prima confinati nelle “zone rosse” e poi collocati in quarantena o in isolamento fiduciario. Alla luce dell’esperienza compiuta da altri Parlamenti e, purtroppo, della ondata autunnale della pandemia, sembra ora ineludibile compiere qualche passo ulteriore e “re-ingegnerizzare” almeno alcuni procedimenti parlamentari al fine di porre Camera e Senato in condizione di svolgere una quota maggiore delle loro attività con partecipazione (anche) da remoto. Ovviamente, nella consapevolezza che si tratta di passi assai delicati perché, anche ove – come è comprensibile che accada – adottati limitatamente alla fase emergenziale, finiranno inevitabilmente per delineare alcuni caratteri del Parlamento che verrà. Dunque, sembra essersi aperta, proprio in queste settimane, una singolare e forse irripetibile finestra di opportunità: sia la riduzione del numero di deputati e senatori, sia la pandemia chiamano l’istituzione parlamentare ad un’opera di rinnovamento e di ripensamento della sua dimensione organizzativa e dei procedimenti con i quali è chiamata a svolgere le sue funzioni. Un’opera che invero, a mio avviso, è necessaria da tempo e che è rimasta incompiuta anche in ragione dell’attesa di riforme costituzionali della forma di governo e del bicameralismo che, pur tentate da oltre 35 anni, non hanno mai visto la luce. Eppure, il quadro politico attuale pare tutt’altro che fertile e pronto a cogliere questa finestra d’opportunità: i rapporti tra maggioranza e opposizione sono al minimo sindacale; la coalizione di maggioranza appare divisa anche su questioni minori; manca, nella gran parte della classe politica, ogni visione di medio-lungo periodo idonea a guidare opzioni fondamentali quale quelle che occorrono per rimettere in piedi il sistema istituzionale e, su un altro e almeno altrettanto fondamentale terreno su cui pure occorre muoversi, nel medesimo arco temporale, per compiere scelte strategiche sull’utilizzo del “Next Generation EU”. Una ennesima prova la si è avuta nella seduta dell’assemblea della Camera del 15 ottobre 2020, quando la seconda deliberazione su una revisione costituzionale assolutamente necessaria e fino ad allora, nelle due letture in cui si è esaurita la prima deliberazione, assai ampiamente condivisa– ossia quella dell’art. 59 Cost., volta ad abbassare a 18 anni la soglia per l’elettorato attivo per il Senato – è stata, a sorpresa, rinviata a data da destinarsi. Una decisione assunta dal Presidente della Camera, in esito a una riunione straordinaria della Conferenza dei Capigruppo, per effetto combinato delle spaccature interne alla maggioranza (derivante dall’insoddisfazione di Italia Viva rispetto agli assetti attuali, sui temi istituzionali, ma non solo), dell’atteggiamento tattico delle opposizioni (le quali, anche al fine di evidenziare la suddetta spaccatura, hanno preannunciato un voto di astensione su un provvedimento che fino ad allora avevano appoggiato) e dell’oggettiva difficoltà di raggiungere, specie in questa fase emergenziale, soglie, quali quella dei 2/3 o anche della maggioranza assoluta, riferite ai componenti dell’Assemblea (per di più dopo che il giorno precedente la soglia della maggioranza assoluta dei componenti era stata superata, seppure per poche unità, nelle votazioni di Camera e Senato sulle risoluzioni di autorizzazione allo scostamento di bilancio). In una legislatura che è appena a metà del suo percorso, si tratta di un quadro desolante, che però non può impedire di affrontare (almeno) atti dovuti e opzioni che necessariamente dovranno compiersi, nel bene e nel male, nei mesi a venire… (segue)



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