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NUMERO 5 - 06/03/2019

 Le Province a cinque anni dalla legge ''Delrio''

Il tema della sorte delle Province è al centro del dibattito politico-legislativo da alcuni anni. In un’epoca nella quale si persegue, con reiterati tentativi non sempre riusciti, l’intento di un ridisegno complessivo dell’articolazione istituzionale della Repubblica, non potevano, infatti, rimanere escluse le Province, con i loro sistemi di ripartizione territoriale di funzioni, poteri e soprattutto risorse finanziarie.  Il legislatore non si è però accontentato del risultato che avrebbe potuto perseguire con i tempi lunghi e incerti della riforma costituzionale e ha preteso risultati immediati, preferendo avvalersi della legge ordinaria e talora anche dell’eccezionale decreto legge (ipotesi, quest’ultima, pesantemente censurata dalla Corte costituzionale). Cosi, negli ultimi sei/sette anni, si è assistito ad un susseguirsi di riforme e controriforme, a partire dagli interventi “estemporanei” del 2011 e del 2012 - clamorosamente bocciati dalla Corte costituzionale per inidoneità dello strumento normativo usato (il decreto legge) in materia da disciplinare, invece, con legge – fino alla l. n. 56/2014, la quale avrebbe  dovuto, in realtà, rappresentare, per espressa indicazione del legislatore, una disciplina transitoria, nel senso che essa avrebbe dovuto temporaneamente fungere da “ponte” tra il previgente sistema di organizzazione degli enti locali e quello che sarebbe conseguito al compimento del procedimento di revisione costituzionale, avviato con il d.d.l. costituzionale “Boschi-Renzi” (A.S. n. 1429-B – A.C. n. 2613-B). La riforma Renzi-Boschi era sembrata offrire l’occasione propizia per giungere all’abolizione (o, meglio, ad una “decostituzionalizzazione”) delle Province; obiettivo, sin qui sempre rimandato. Il suo refrain di fondo era che si dovesse diminuire la complessità e farraginosità istituzionale, ben rappresentata, secondo i sostenitori della riforma, dal tanto inutile quanto dispersivo e dispendioso bicameralismo legislativo così come dalla proliferazione di enti territoriali, tutti elettivi e rappresentativi; e che si dovessero conseguire risparmi di spesa e riduzione di costi grazie proprio alla eliminazione di tutti o parte di tali enti. In questo disegno “minimalista” e “riduzionista” sono rientrate anche le Province, sulla scorta della volontà di conseguire risparmi di spesa e di ridurre il complessivo personale politico da remunerare e sulla spinta di un’esigenza di semplificazione del quadro istituzionale, partendo dalla considerazione del carattere “artificiale” di tali enti e delle “diseconomie” procedimentali generate dalla compresenza di competenze di “troppi” livelli territoriali. Ma anche questa riforma ha subito una dura e clamorosa “bocciatura”, determinata dagli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016… (segue)



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