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NUMERO 5 - 06/03/2019

 La concorrenza di fronte a beni comuni e usi civici

L’espressione “beni comuni”, ha negli ultimi anni, ricevuto un enorme successo nell’opinione pubblica, ma, nonostante ciò, una definizione globale e condivisa sembrerebbe non essere stata ancora elaborata. In senso molto lato per beni comuni si indicano, oggi, tutti quei beni e quelle risorse che ogni individuo condivide e sfrutta insieme agli altri, dal cui godimento nessuno può essere escluso. La tematica dei beni comuni ha coinvolto e coinvolge tuttora filosofi, economisti, storici, sociologi e anche giuristi. Riconoscere il valore di un bene comune significa subordinare l’interesse di un singolo a quello di una collettività ed è di fondamentale importanza distinguere la proprietà comune o collettiva, che ha il suo fondamento nella sovranità, dalla proprietà privata, che ha il suo fondamento nella legge. Ugo Mattei, giurista e docente all’Università di Torino, interpreta i beni comuni come forme irriducibili e fonda la sua riflessione sul fenomenologico e sul sociale poiché presuppongono un’interrelazione dell’uomo con l’ambiente, consentendo l’organizzazione del reale in base alle reali necessità della comunità e di tutti i viventi. Questo modello esclude, radicalmente, la polarità soggetto-oggetto, tipica dell’approccio di tipo economistico – quantitativo che riduce il bene comune ad una porzione tangibile del mondo esterno. Il paradigma del comune investe l’intera forma del vivere e della percezione: comune è il lavoro, che dovrebbe essere riconosciuto a misura d’uomo e regolato da condizioni dignitose e costituzionali; comune è l’acqua, che non possediamo, ma da cui dipendiamo per la sopravvivenza. Scrive Mattei, “dal punto di vista fenomenologico i beni comuni non possono essere colti se non liberando la nostra mente dai più radicati fra gli schemi concettuali con cui siamo soliti interpretare la realtà. Per questo essi resistono ad una concettualizzazione teorica scompagnata dalla prassi. I beni comuni divengono rilevanti in quanto tali soltanto se accompagnano la consapevolezza teorica della loro legittimità con una prassi di conflitto per il riconoscimento di certe relazioni qualitative che li coinvolgono”… (segue)



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