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NUMERO 18 - 26/09/2018

 Il Parlamento europeo attiva l'art. 7, par. 1 TUE

Il Parlamento europeo, a Strasburgo, nella plenaria dello scorso 12 settembre, ha votato una risoluzione “su una proposta recante l’invito al Consiglio a constatare, a norma dell’art.7, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione europea, l’esistenza di un evidente rischio di violazione grave da parte dell’Ungheria dei valori su cui si fonda l’Unione”. Alla risoluzione è allegata la proposta di decisione del Consiglio in merito alla constatazione dell’esistenza in Ungheria del suddetto rischio dei valori fondanti dell’Unione. Come noto, tali valori sono enunciati all’art. 2 TUE e comprendono, ai sensi della prima frase della disposizione, il “rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”. La seconda frase della norma precisa che “questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”. Altrettanto noto è che, in caso di violazione dei detti valori, i trattati istitutivi dell’Unione europea prevedono, fin dal trattato di Amsterdam del 1997, un sistema di accertamento e sanzionatorio che, dopo le modifiche del trattato di Lisbona del 2007, si articola in una fase preventiva, che può essere attivata da un terzo degli Stati membri o dalla Commissione o, come nel caso in esame, dal Parlamento europeo. A seguito dell’iniziativa, ai sensi dell’art. 7, par. 1 TUE, che avvia la procedura e che prende le forme di una proposta motivata di decisione del Consiglio, quest’ultimo può accogliere la proposta e adottare la constatazione dell’esistenza di un evidente rischio di violazione grave dei valori summenzionati, dopo aver ascoltato lo Stato membro in questione e dopo avergli rivolto, eventualmente, delle raccomandazioni. Qualora il detto Stato non abbia modificato la legislazione nazionale, che può avere, come nel caso di specie, pure rango costituzionale, il “rischio” di cui si tratta si trasforma in una violazione “grave e persistente”. In questo caso, secondo l’art. 7, par. 2 TUE, il Consiglio europeo, che delibera all’unanimità, su proposta di un terzo degli Stati membri o della Commissione europea e previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare l’esistenza della violazione grave e persistente dei valori fondanti dell’Unione, dopo aver invitato lo Stato membro interessato a presentare osservazioni. In presenza della constatazione del Consiglio europeo, il Consiglio, in virtù dell’art. 7, par. 3 TUE, deliberando a maggioranza qualificata, può decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione dall’applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio. Non è questa la sede per approfondire nel merito la questione della violazione da parte dell’Ungheria dei valori fondanti dell’Unione né per ricostruire il contenuto della risoluzione votata dal Parlamento europeo, che, oltre ad aver avuto una inevitabile eco sui media, ha già cominciato ad essere oggetto di valutazione su siti e  periodici specializzati; né per esaminare il seguito dell’iniziativa del Parlamento davanti al Consiglio di cui quest’ultimo è stato formalmente investito il 18 settembre scorso dalla lettera inviata dal presidente Antonio Tajani a Sebastian Kurz, presidente pro-tempore del Consiglio. In ogni caso, per misurare la incolmabile distanza tra la situazione ungherese ed i valori dell’Unione, basti richiamare qualche illuminante passaggio del discorso pronunciato dal primo ministro Viktor Orbán il 26 luglio 2014, a Tusnádfürdő (Băile Tuşnad), nella Romania “ungherese” in occasione del 25mo Bálványos Summer Free University and Student Camp. Come noto, Orbán, con il suo partito Fidesz, aveva da poco vinto per la seconda volta consecutiva le elezioni politiche nazionali e intendeva dare una sostanza ideologica alla profonda attività riformatrice già iniziata nel triennio precedente. Alla base del ragionamento del leader magiaro sta la difesa della classe media, impoverita dalla crisi finanziaria internazionale del 2008, che rischia di scomparire. Per invertire la tendenza, a giudizio di Orbán, è necessario costruire una nuova forma di Stato “nazionalista, comunitarista e auto-referenziale”, i cui modelli di riferimento sono dei sistemi non occidentali, come quelli di Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Rileva, Orbán, che “while breaking with the dogmas and ideologies that have been adopted by the West and keeping ourselves independent from them, we are trying to find the form of community organisation, the new Hungarian state, which is capable of making our community competitive in the great global race for decades to come”. In quest’ordine di idee - rendendosi pure conto di fare affermazioni che possono essere considerate “as blasphemy by the liberal world” – Orbán sostiene che “we had to state that a democracy does not necessarily have to be liberal. Just because a state is not liberal, it can still be a democracy”. Per concludere, in proposito, che “the new state that we are constructing in Hungary is an illiberal state, a non-liberal stateMa può un siffatto Stato, che propugna una ossimorica “democrazia illiberale”, non andare esente da critiche in una “unione di diritto”, qual è l’Unione europea? Le riflessioni che seguono intendono però approfondire uno specifico profilo giuridico della vicenda, che attiene alle modalità di votazione da parte della plenaria del Parlamento europeo, alla correttezza del calcolo dei voti espressi ed alla possibilità per l’Ungheria di proporre ricorso dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione per l’annullamento della risoluzione approvata dal Parlamento… (segue)



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