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NUMERO 8 - 11/04/2018

Gli incidenti sul lavoro: una emergenza su cui riflettere

Tra il primo gennaio e l'11 aprile 2018 i morti per incidenti sul lavoro sono stati 178: una strage. Non troppo peggiore di quella degli anni precedenti, però, e il crudo dato statistico appare a troppi persino rassicurante. In fondo "è nella norma". Allarma casomai il lieve aumento degli incidenti mortali sul lavoro registrato nel 2017 dall'Inail. Interrompe una lunga serie discendente che proseguiva da una decina d'anni: diminuzione lieve, quasi impercettibile, però costante. Un'onda lunga, anzi lunghissima, ma pur sempre onda. In termini percentuali l'incremento nel 2017 è minimo: 1,1% di incidenti mortali in più rispetto al 2016. In concreto il macabro conto enumera 11 decessi in più secondo i dati Inail. A rivelare le principali responsabilità sono ancora i nudi dati. L'83% dei sinistri è stato registrato nelle piccole e medie industrie. Specialmente dopo una crisi che sarà anche passata - peccato che nella vita quotidiana e materiale se ne siano accorti in pochi - si sa che in quell'area tocca tirare l'anima coi denti e stringere la cinghia fino all'ultimo buco per provare a farcela. L'ultimo buco, e molte volte il primo, sono gli investimenti sulla sicurezza. I controlli latitano, e sarebbe davvero miracoloso se così non fosse, essendo il numero degli ispettori diminuito di circa la metà in un decennio. Spending Review a scapito della amministrazione pubblica, che tutti sanno essere la voragine degli sprechi. Qualche risparmio in effetti c'è stato. Purtroppo non in termini di vite umane. Inutile aggiungere che la formazione professionale è scarsa: costa troppo. E neppure che la precarizzazione del lavoro tra i suoi innumerevoli costi vanta anche quello che si traduce in inesperienza cronica e conseguente impennata dei rischi. Idati, a saperli interrogare, cambiano responso quasi a piacimento, e se si sa come fare a volte lo rovesciano. L'increscioso 2017 si può spiegare in tanti modi. Per esempio, con l'uso del conto all'italiana, che considera incidenti sul lavoro, mortali o meno, anche quelli che si verificano lungo il tragitto d'andata e ritorno: in itinere. Rappresentano poco meno di un terzo del totale e il risultato in rosso del 2017 lo si deve proprio a loro. L'aumento in quella serie è infatti superiore alla media, del 2,8%, mentre a voler essere precisi bisognerebbe constatare che gli incidenti sul luogo di lavoro hanno proseguito nella marcia a passo di formica verso il basso: 0,7% in meno. Poi ci si è messa di mezzo anche la sorte, coadiuvata da una dose massiccia di errori, sottovalutazioni e inettitudini varie: sotto forma della slavina che travolse nel gennaio 2017 il resort di Rigopiano. Una strage: in una botta sola si contarono 29 vittime più i nove periti nel corso delle operazioni di soccorso. Senza quelle vittime il trend discendente sarebbe salvo. E' vero, queste "rassicurazioni" non tengono conto della voragine costituita dalle malattie e dai decessi provocati da lavoro nocivo. Su quel fronte, anche limitandosi ai dati ufficiali -  e vai a sapere quanti casi sfuggono al catalogo - ci vuole coraggio per ostentare ottimismo. Dal 2010 al 2016 le denunce sono aumentate del 39,9%, anche se il 2017 ha invece registrato una diminuzione di circa il 3%. Qui però il terreno è scivoloso per definizione: lo scarto tra denunce e malattie effettivamente provocate dal lavoro è infatti sensibile, quasi impossibile da quantificare. Il nesso tra risparmi dei privati e tagli della spesa pubblica da un lato, insicurezza sul lavoro dall'altro è evidente. Va da sé che la sola idea di poter controllare decine di migliaia di imprese con 3500 ispettori attivi è risibile, così come non c'è dubbio che la tendenza a stringere i cordoni della borsa quando si tratta di spendere per la formazione aumenti di molto il tasso di rischio. Allo stesso modo disboscare una giungla burocratica che rende tutto molto più complicato senza aggiungere quasi nulla in termini di garanzie di sicurezza sarebbe utile. La strage permanente sul lavoro, però, non può essere affrontata solo in termini di maggiori investimenti e di controlli più oculati. Va inserita in un quadro complessivo molto più vasto, ma coeso e omogeneo: quello che riguarda il valore e le conseguenti garanzie che il lavoro ha progressivamente perso nel corso di un ciclo che prosegue ormai da quasi 40 anni, a velocità sempre più folle. Tra la produzione legislativa e gli incidenti sul lavoro c'è un rapporto diretto.  La legge Fornero ha riempito i posti di lavoro, inclusi quelli più pericolosi, di ultrasessantenni. Nessuna sorpresa se le vittime over 60 sono lievitate sino a raggiungere il 25% del totale. Il Jobs Act ha reso il precariato norma e le garanzie quasi inesistenti. La conseguenza è una ricattabilità permanente della forza lavoro. Paura e disponibilità a fare quasi tutto nella speranza di evitare la disoccupazione sono per i precari una condizione ormai quasi esistenziale. Non possono permettersi di andare troppo per il sottile quando si tratta di accettare compiti pericolosi o di non accorgersi che le condizioni di sicurezza sono al di sotto dei minimi  standard  necessari. L'elemento forse più eloquente è lo scarto tra le aziende più grandi, quelle dove la presenza del sindacato è forte, e quelle al di sotto dei 15 dipendenti, quasi sempre non sindacalizzate. Nelle prime le vittime sono quasi inesistenti, e a guardare bene anche quando si registrano incidenti mortali le tragedie capitano nelle piccole aziende appaltatrici. Tra il deperimento dei diritti e la permanenza di un tasso intollerabile di incidenti mortali sul lavoro c'è un rapporto diretto di causa ed effetto. Per questo la casistica puntigliosa, questo interrogare i dati cercando uno 0 e qualcosa in più o in meno nella crescita o nella diminuzione degli incidenti, delle morti, delle malattie, rischia di nascondere più di quanto riveli. Spinge ad addentrarsi nel dettaglio perdendo di vista il quadro generale. L'elenco dei caduti sul lavoro è il riflesso fedele, forse anzi persino approssimato per difetto, dello slittamento subìto dal ruolo del lavoro nella contemporaneità. La globalizzazione da un lato, le nuove tecnologie dall'altro, hanno trasformato con una rapidità e una radicalità imprevedibili appena pochi decenni fa i rapporti di forza, condannando i lavoratori a sacrificare sempre più diritti nella speranza di conservare il più a lungo possibile il posto di lavoro. La competizione globalizzata che un po' ovunque, ma in Italia più che altrove, è stata affrontata cercando soprattutto di risparmiare sul costo del lavoro ha fatto il resto. La somma è un calo vertiginoso di ogni garanzia, incluse quelle sulla sicurezza e sulla sanità, a fronte non di un miglioramento ma di un peggioramento delle condizioni di lavoro da tutti i punti di vista. Smettere di considerare come "normali" le decine di migliaia di morti sul lavoro che costellano di lapidi l'intera Europa significa varare politiche adeguate. Ma prima ancora significa invertire il corso di una cultura dominante che fa puntualmente del lavoro e dei lavoratori l'anello debole e indifeso. Quello sacrificabile.



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