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NUMERO 6 - 20/03/2019

L'Europa del mercato e l'Europa dei diritti

L’”Europa dei mercati” e l’”Europa dei diritti”. Riflettere sulle relazioni tra i concetti, le idee e le esperienze giuridiche, politiche ed economiche che sono sottese alle due espressioni, aiuta a mettere a fuoco l’identità dell’Europa e alcune delle sfide epocali alle quali essa deve far fronte. Se oggi è frequente sentir dire, anche da chi da una valutazione complessivamente positiva dell’integrazione, che “Un’altra Europa è possibile” – per usare il titolo di un libro recente di Maurizio Cotta – bisogna chiarire se le innovazioni richieste riguardano l’identità costituzionale dell’Unione Europea, di cui un aspetto certamente importante è costituito dal mercato comune e dalla concorrenza, oppure le politiche pubbliche che sono state promosse nell’ambito del framework istituzionale europeo. Si tratta di una differenza di grande rilievo, perché nel primo caso si mette in discussione la legittimità e la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea, che dovrebbe essere sostituita da qualcosa di diverso ma allo stato assolutamente indeterminato, mentre nel secondo caso si riconoscono i grandi risultati che, grazie all’integrazione, i popoli europei hanno raggiunto in termini di pace, progresso economico, libertà, ma si chiede di adeguare le politiche pubbliche dell’Unione ad un contesto che è profondamente mutato. Un contesto in cui è entrato in crisi quell’ordine politico-economico che in occidente, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, era riuscito – per usare le parole di Ralf Dharendorf – a “quadrare il cerchio”, cioè a realizzare un equilibrio virtuoso tra mercato, democrazia e libertà individuali. Infatti, le istituzioni e le regole introdotte, a livello nazionale e internazionale, nel secondo dopoguerra hanno dato una soluzione al problema che le società europee hanno dovuto affrontare, fin dai primi anni del novecento,  e che è stato sintetizzato da quel capolavoro di storia economica che è The Great Transformation di Karl Polanyi, nei seguenti termini: nei sistemi di capitalismo liberal-democratico c’è una contraddizione, che va risolta, tra il principio democratico, con il rispetto che chiede per l’autodeterminazione dei popoli, e la logica del mercato che richiede di lasciar funzionare liberamente l’economia limitando l’interferenza dei governi. L’ordine che ne è risultato è stato chiamato dallo scienziato politico John Ruggie, embedded liberalism (cioè un liberalismo economico integrato in un sistema più ampio), perché nel momento in cui abbracciava l’economia di mercato la sottoponeva a qualche forma di controllo politico sia a livello nazionale che sovranazionale (con istituzioni quali il FMI, la Banca Mondiale, e la Comunità economica europea), e ne temperava gli effetti dannosi in termini di coesione sociale grazie al  Welfare State.  Alla fine di un processo durato quasi trent’anni, in molti Paesi, a cominciare dagli Usa e dall’UK, e poi a livello mondiale, questo sistema è stato progressivamente indebolito a favore dei mercati, sempre più globalizzati, e della loro supposta capacità di autoregolazione in assenza di interventi pubblici esterni. Perciò, oggi c’è chi sostiene che il liberalismo è diventato “disembedded” e questa tendenza avrebbe favorito la crescita delle diseguaglianze e dell’insicurezza, e per reazione lo sviluppo del nazionalismo. Di fronte al sentimento di ansia e di precarietà sprigionato dai mercati globali, i cui effetti sfuggono al controllo degli individui e dei popoli, questi ultimi cercano il calore protettivo dell’identità nazionale. A tali conclusioni giunge, tra gli altri, Jack Snyder sull’ultimo numero di Foreign Affairs, dedicato appunto a The New Nationalism… (segue)



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