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NUMERO 26 - 17/11/2021

Riformare la pubblica amministrazione acqui està el busilis; Dios nos valga!

Tutto è opinabile, ma vi sono al mondo, talora, dati di fatto incontestabili, che non si prestano ad interpretazioni discutibili, se non addirittura equivoche. Appartiene a questo genere il tema delle riforme concernenti i molteplici elementi, di cui è costituita la Repubblica. La quale non è riuscita, finora, ad aggiornare sé stessa, né sul piano costituzionale, né su quello - per molti aspetti, ancor più importante - degli apparati ammministrativi. Dipende - come si è accennato - dall’impianto culturale, che si è imposto e consolidato nel tempo, a tal punto da essersi pietrificato. Ma dipende, altresì, da una circostanza esiziale: si ignora che “Nulla può sostituire, per chi deve prendere decisioni, il ruolo di un’analisi rigorosa, accompagnata dall’esperienza”. L’esperienza - tra le altre cose - insegna che il nominalismo non premia. Non comportano la modifica di usi, consuetudini e prassi consolidate le sostituzioni di parole con altre, differenti parole, dal momento che - in questa prospettiva - ciò che muta è unicamente la sonorità dell’eloquio. Vale, in proposito, qualche esempio. Le discriminazioni razziali rimangono tali e quali, anche se ci accorgiamo, finalmente, che - per dirla con Albert Einstein - vi è un’unica razza, quella umana. Rimangono inalterate, ad altro proposito, quelle di genere, cui non può porre rimedio, di certo, un equivoco asterisco oppure la sostituzione della vocale o con la vocale a. Per non dire dell’esportazione della democrazia e dei relativi contenuti, votata all’insuccesso quando mancano le condizioni per un suo affidabile radicamento. Il riferimento a dati, verificabili da ciascuno in ogni momento, consente di evitare il protrarsi nel tempo di imperdonabili equivoci: di qui pro quo. Di fraintendimenti, alimentati dalla carenza di conoscenze in grado di spiegare le condizioni effettive, in cui oggi versano le istituzioni. Sotto questo profilo, non esiste più alcun nesso o quasi tra ciò che stabilisce la Costituzione, in tema di fonti e di forma di governo, sulla carta e la cosiddetta Costituzione vivente. Mentre Covid-19 ha messo a nudo la debolezza di una politica priva di progettualità e favorito il protrarsi del regime giuridico dell’emergenza. Ciascuno ha il diritto di avere una sua propria opinione in proposito; ma è doveroso riflettere, proprio perché ci siamo assunti obblighi, che dovremo onorare. Riflettere significa, ad esempio, non ignorare lucide considerazioni di chi è abituato ad individuare le criticità e a pensare: che - siamo sinceri - è una qualità poco apprezzata da chi aspira all’encomio. Ma, di encomio in encomio, si sa bene dove si finisce. Mentre - ecco una banale verità - “Un governo forte progetta, e cioè decide e trasforma. Non assicura, o, meglio, cerca di assicurare che il proprio progetto volto a cambiare è ragionevole, possibile e utile alla fine per la crescita, in tutti i sensi, del Paese. Per una simile azione sono necessari governi forti, retti da forti e consapevoli coalizioni. In fondo anche il ‘compromesso storico’ lo era: progetto arrischiatissimo al punto da costare la vita al massimo rappresentante del partito di maggioranza. Le grandi coalizioni possono naufragare, vivacchiare no”. Ma non è questa la condizione del Governo in carica: con la conseguenza che il “Fondamento della decisione tende inevitabilmente a passare in mano alla struttura tecnica, peraltro requisito essenziale di ogni sistema”. Tuttavia, la tecnica evita - perché non è in grado - di individuare con sufficiente chiarezza le eventuali, immancabili, controindicazioni e si vede, alla fine, costretta a giustificarsi banalmente, così: “Abbiamo sbagliato: non potevamo fare altro”. Quindi, non abbiamo sbagliato!... (segue)



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