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NUMERO 15 - 01/06/2022

Indipendenza dei giudici e riforma del CSM

Annamaria Poggi: Il dibattito che si svolge oggi sulla riforma del CSM è molto confuso. In particolare la confusione riguarda alcuni nodi: in primo luogo, la legge che disciplina il CSM, nella sistematica costituzionale, di cosa deve occuparsi? Quali sono  i contenuti necessari di una tale legge, sempre nella sistematica costituzionale? 

Gaetano Silvestri: Una delle cause principali della confusione in atto è la “doppiezza” delle forze politiche. La maggior parte delle proposte non tende ad ottenere una riforma che affronti e risolva nel merito i gravi problemi che oggi affliggono la magistratura italiana, ma svolge l’equivoco compito di “lanciare segnali”, in special modo alla magistratura penale. Vengono riprese vecchie battaglie – di cui sono stato testimone anch’io quando facevo parte del CSM – volte ad sminuire, se non ad azzerare, il ruolo di garanzia di tale organo. In passato il mezzo più usato fu la contestazione delle funzioni del Consiglio, con proposte intese a trasformarlo in ufficio burocratico, mediante un’interpretazione asseritamente letterale, in realtà restrittiva, dell’art. 105 della Costituzione. Poi fu la volta delle leggi elettorali, orientate verso il sistema maggioritario, quasi che fosse auspicabile che il CSM avesse una maggioranza stabile e precostituita. Si fingeva di non accorgersi che vi era una contraddizione tra il dichiarato proposito di evitare la politicizzazione dell’organo di garanzia e l’effetto concreto che avrebbero avuto le riforme in senso maggioritario: la sua trasformazione in “parlamentino” dei giudici, proprio quell’esito che si affermava di aborrire. In quest’ultimo periodo il dibattito è ulteriormente scaduto di livello – come, del resto, tutta la cultura politica italiana - e si è giunti a proporre la scelta dei componenti mediante sorteggio, guadagnando persino qualche consenso tra gli stessi magistrati. Questi ultimi sembrano peraltro animati dall’intento di arrecare danno a loro stessi e alla loro indipendenza. Dal “caso Palamara” ad oggi è stato tutto un susseguirsi di scomposte reazioni, che dimostrano quanto alcune sacrosante guarentigie - previste dalla Costituzione ed attuate, più o meno bene, dal legislatore ordinario – fossero state introiettate e assimilate da molti come privilegi corporativi. La lotta alla predominanza delle correnti – divenute ormai, per lo più, gruppi di potere clientelare – diventa giustificazione per una nullificazione del Consiglio, che presuppone due importanti, e negativi, riconoscimenti: 1) i magistrati non sono in grado di operare una scelta libera e razionale di chi mandare a svolgere funzioni molto delicate di garanzia. 2) occupare un seggio in questo consesso è una conquista personale di vantaggio; per 



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