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NUMERO 19 - 27/07/2022

Governo Draghi, travaglio dei partiti e Presidente della Repubblica: fine di una legislatura tormentata

A rileggere oggi le cronache di questa diciottesima Legislatura ci si stupisce anzitutto del fatto che possa essere durata così a lungo, sino a giungere sostanzialmente alla sua naturale scadenza. Il contrasto tra la debolezza del contesto partitico parlamentare, (caratterizzato da possibili ma assai fragili maggioranze),  e i drammatici avvenimenti epocali che si sono succeduti nel torno di pochi anni (che avrebbero richiesto stabilità nell’azione di governo) è infatti talmente ragguardevole da indurre proprio a chiedersi come sia stato possibile un tale esito di tenuta e non invece una fine ben più anticipata rispetto all’attuale. Già all’indomani delle elezioni politiche del 2018, infatti, si era resa evidente l’inesistenza di una maggioranza parlamentare stabile di governo, che costrinse il Presidente della Repubblica ad un percorso ad ostacoli iniziale. Ci vollero due mandati esplorativi (ai due Presidenti delle Camere) e ben tre incarichi. I due mandati furono conferiti durante la prima fase delle consultazioni (12-26 aprile), con la peculiarità, in entrambi i casi, di verificare la possibilità di una specifica maggioranza: nel caso della Presidente del Senato l’ipotesi di un’intesa tra il centrodestra e il M5S (18 aprile); e nel caso del Presidente della Camera  la differente ipotesi di un accordo tra M5S e il PD (23 aprile). Accertata l’impercorribilità di entrambe le ipotesi, dopo una lunga pausa (dovuta anche all’esigenza di rispettare i tempi delle elezioni amministrative di fine aprile) tutto si  chiuse in pochi giorni: il 23 maggio venne conferito il primo incarico a Giuseppe Conte; il 28 maggio il secondo a Carlo Cottarelli, infine il terzo, e definitivo, nuovamente a Giuseppe Conte il 31 maggio. Obtorto collo, infatti, stava prendendo corpo l’unica maggioranza possibile, quella tra M5S e Lega raggiunta frettolosamente dai protagonisti quando il Presidente della Repubblica fece intendere, con l’incarico a Carlo Cottarelli, che avrebbe chiuso altrimenti la partita, con un governo tecnico finalizzato unicamente a condurre al voto. Va solo rammentato che nella concitazione di quei pochi giorni, tra il primo incarico a Conte e l’incarico a Cottarelli, si inserì la vicenda del rifiuto del Presidente della Repubblica di nominare Paolo Savona al Ministero dell’economia che produsse minacce di impeachment (Di Maio e Meloni), la provocazione di un’ipotetica marcia su Roma (Salvini) e l’avvertimento di un’altra ipotetica manifestazione contro il Quirinale nel giorno della festa della Repubblica (da parte del M5S). Nell’agosto del 2019 si aprì la prima crisi di governo, dovuta alla rottura del patto di coalizione tra Lega e M5S. Tra le avvisaglie più significative dello strappo va rammentata un’intervista rilasciata a maggio dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Giorgetti) che su un importante quotidiano nazionale aveva avanzato dubbi sul ruolo di garante del patto di Governo del Presidente Conte. Nei primi giorni di agosto, poi, in prossimità di due importanti votazioni  (quella sul d.l. sicurezza e quella sulla Tav), si erano acuite le reciproche diffidenze tra i soci di governo, ulteriormente accentuate dalle critiche rivolte da Salvini al M5S per aver votato, insieme al PD, per la elezione della neo Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen… (segue)



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