Sosteneva Ermanno Gorrieri che «la povertà economica, sia relativa che assoluta (...), altro non è che l’aspetto più grave e intollerabile di un fenomeno più generale: la disuguaglianza». La povertà, e in generale le diverse forme di diseguaglianza sociale, sono prodotti del funzionamento di un determinato modello sociale, non sono semplicemente il frutto delle distonie o inefficienze nei suoi processi regolativi. I meccanismi (economici, politici, culturali) che generano la povertà per alcuni individui o gruppi sono gli stessi che producono benessere e integrazione per altri. La povertà non rappresenta peraltro un indice solo economico di misurazione della diseguaglianza ma investe anche altri aspetti dei mondi vitali delle persone, incidendo sulla possibilità di soddisfare bisogni essenziali, quali la salute, l’istruzione, la socialità e la partecipazione. In questi termini la riduzione della diseguaglianza rappresenta dunque un dividendo democratico, nella misura in cui la libertà dal bisogno costituisce presupposto e, al tempo stesso, condizione per l’esercizio dei diritti e delle libertà, che trovano sublimazione in alcuni principi come quelli di “dignità”, “sviluppo della persona” e “eguaglianza” che sono costituzionalmente sanciti e il cui rispetto comporta il soddisfacimento di alcuni bisogni fondamentali. È infatti l’affermazione di una condizione di giustizia, quale forma di eguale-libertà, a costituire la «scena» che consente di portare alla ribalta gli interessi in gioco, i problemi sociali, permettendo a certe categorie di persone di emergere dal buio della marginalità sociale, economica o politica. È su questa scena che viene rappresentato il conflitto sociale al fine di elaborare processi istituzionali capaci di disinnescarlo, cui si ricorre quindi per fissare le angosce, designare obbiettivi e darsi speranza... (segue)
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