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NUMERO 2 - 25/01/2017

 Il giudizio della Corte per temperare ma non interrompere il trend maggioritario

Il 24 gennaio, giorno della decisione della Corte costituzionale sulla legge elettorale per la Camera dei deputati, si avvicina. La politica italiana è sospesa fino a quella data e le voci di una iniziativa prima della pronuncia della Corte sono sempre apparse flebili e anche un po' risibili: come pensare che un partito si esponga seriamente - tranne i posizionamenti politici e di convenienza - prima di sapere dall'organo di garanzia costituzionale, cosa ne sarà della vigente, e mai applicata, legge elettorale. Nel frattempo, non ancora smaltito l'impatto della bocciatura del referendum, le riflessioni si intrecciano con i desiderata della politica e con i rumours che escono dalle stanze della Consulta, che rendono auspicabile un comunicato stampa appena presa la decisione (e, al proposito, sarà opportuno riprendere il tema della dissenting opinion, al fine di evitare che in ogni decisione delicata si sia sommersi da più o meno  attendibili ricostruzioni giornalistiche degli schieramenti assunti all'interno del collegio). Lo scorso 11 gennaio, federalismi, l’Osservatorio sui processi di governo e FormAp hanno organizzato un seminario a porte chiuse su "la legge elettorale davanti alla Consulta"; i contributi di coloro che hanno ritenuto di voler produrre una rapida riflessione scritta vengono pubblicati oggi, prima della pronuncia della Corte, ma la rivista darà naturalmente spazio a chi vorrà per commentare successivamente la sentenza. Come confermato da molti interventi (Staiano, Frosini, Lippolis, Demuro, Ciancio, Fabrizzi), nel mondo dei costituzionalisti, che non ama il costituzionalismo à la carte che sta pericolosamente prendendo piede anche in qualche posizione di colleghi più anziani, è forte l'auspicio, la richiesta, il desiderio di un ritorno indietro della Corte rispetto alla sent. 1/2014, con una drastica sentenza di inammissibilità, che lasci di nuovo alla politica tutti gli spazi della decisione sulla legge più politica che c'è, vale a dire la legge elettorale. Qualcuno, modificando i termini della questione, ipotizza un'inammissibilità per irrilevanza in ragione della mancata applicazione della legge. Realisticamente, come molti hanno ammesso, sia pur a denti stretti, è difficile credere ad un ritorno indietro. Per una ragione teorica: è evidente che principi costituzionali attinenti la legge elettorale possano e debbano esserci, pur se il sistema proporzionale non è costituzionalizzato; coerenza, proporzionalità e ragionevolezza sono principi che toccano tutta l'attività legislativa e non si capisce per quale motivo debbano arrestarsi di fronte alla legislazione elettorale. Per una ragione istituzionale: non ha senso che la Corte - dopo aver dato un colpo mortale alla legge elettorale precedente -  non "dia una mano" al sistema politico in una fase così delicata (anche se ciò provocherebbe un ulteriore abbassamento del livello di responsabilità della classe politica). Per una ragione di sistema: un eventuale ritorno indietro - eventualmente motivato con mancata applicazione della legge, secondo la tesi originariamente esposta da De Siervo - non darebbe nessuna garanzia che una tale scelta sia irreversibile e esporrebbe la legge elettorale ad un - questo sì, disastroso - giudizio di costituzionalità ex post factum. La sentenza n. 1 del 2014 ha aperto una strada che sarà molto difficile invertire... (segue)



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