È, forse, l’ineluttabile destino della Costituzione italiana o l’inequivocabile sintomo di un suo difetto genetico, che la necessità di intraprendere la via delle riforme venga ciclicamente prospettata come ineludibile. Il testo costituzionale – lo si ripete da almeno un trentennio – sarebbe vecchio e inadeguato, per ciò stesso, incapace di fornire soluzioni efficaci alla strutturale crisi di governabilità e di rappresentanza che affligge le istituzioni italiane. A dire il vero, ad una tale ciclicità non sembra sottrarsi nemmeno la XVIII legislatura, che è, ad oggi, impegnata nell’esame e nell’approvazione di cinque distinte leggi di revisione costituzionale, ciascuna delle quali – assicurano i promotori – riguarderebbe aspetti precisi e limitati della Costituzione. A fronte dell’elevato numero di leggi di revisione, infatti, le riforme in discussione si distinguerebbero per il loro “carattere puntuale” e per la scelta di fondo di «intervenire con parsimonia sull’assetto istituzionale». Dunque, non una generale ridefinizione degli equilibri delineati dalla Costituzione, ma interventi mirati ed il cui fine dichiarato è indicato nella rivitalizzazione dei circuiti democratici: «l’obiettivo – si chiarisce – è quello di puntare ad un rinnovamento del sistema politico, sia potenziando l’apporto diretto dei cittadini alle scelte politiche fondamentali, sia valorizzando la capacità del Parlamento di rappresentare le istanze dei cittadini e di costituire un solido ponte fra la società e le istituzioni». I cinque progetti di riforma sui quali grava l’onere di «dare nuova linfa alla nostra democrazia» prevedono, com’è noto, la riduzione del numero dei parlamentari, la sottrazione al CNEL della sua base costituzionale, la ricorribilità dei giudizi delle Camere in materia di elezioni, la riduzione del quorum strutturale previsto per il referendum abrogativo e, da ultimo, l’introduzione di una sorta di iniziativa legislativa popolare rafforzata… (segue)
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