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Dedicato ad una bambina abruzzese di oggi e ad una bambina calabrese di cento anni fa
Una madre e una bambina di due anni: il corpo della madre, colpito dalle macerie, salva la bambina. Oggi, a L’Aquila, come cento anni fa a Reggio Calabria. Allora, quella bambina era mia nonna materna, che continuò a raccontarci quel miracolo: nella distruzione che colpì all’inizio del secolo le città dello Stretto, lei si era salvata; il bisnonno si risposò, lei andò in collegio, ebbe due sorellastre più giovani che la adoravano, incontrò giovanissima mio nonno, si sposarono, ebbero quattro figli, vennero a Roma, mia madre incontrò mio padre … Oggi, questa bambina cercherà, con l’aiuto di parenti e amici, di ricostruirsi una vita, relazioni, affetti: ma non dimenticherà la mamma che le ha salvato la vita.
La storia italiana di questo secolo è stata marcata dalle macerie dei terremoti: dopo Messina, la Marsica e Avezzano nel 1915, poi la Lunigiana nel 1920, l'Ipinia nel 1930 e ancora cinquanta anni dopo nel 1980, il Belice nel 1968 (quasi come se la terra avesse voluto far riprendere il paese dalla guerra), Tuscania nel 1971, il Friuli nel 1976, l’Umbria nel 1997 e il Molise nel 2002. Ogni terremoto ha le sue immagini tragiche, quasi ogni terremoto si lega per me a ricordi personali: nel 1971 cercai confusamente, con gli amici scout, di partecipare agli aiuti; Friuli, Irpinia, Umbria, Abruzzo toccarono terre alle quali ero e sono legato.
Anche questa volta, dolore, sconforto, lacerazioni segnano la sorte di chi attonito guarda il disastro che i movimenti della terra hanno creato; anche questa volta seguiamo mille drammatiche storie. Anche questa volta sappiamo che non è la prima e non sarà l’ultima tragedia che ci colpirà: gioia e sofferenze sono inscritte nel nostro passaggio su questa terra. La scienza può spostare in là i confini del dolore , non abolirlo, abrogarlo, eliminarlo: per questo, pur nella consapevolezza dei continui e possibili progressi, la polemica sulla prevedibilità dei terremoti rischia di apparire sterile; altro è programmare, mantenere, costruire bene: e su questi punti siamo, ahimè, indietro!
Ancora una volta, compassione e partecipazione possono lenire il dolore di chi ha perso persone care; solidarietà e sussidiarietà possono alleviare il dolore di chi ha perso molti, se non tutti i beni che circondavano la sua vita.
Politica e istituzioni devono trovare una loro dignità di fronte ad una tragedia che appare al passare delle ore sempre più grave: la ricostruzione delle terre colpite, la rinascita dell’Abruzzo dipende anche dalla coesione con cui il paese saprà affrontare questa nuova prova, apprestando strumenti, mezzi e risorse, che garantiscano a tutti, in primo luogo ai più deboli e ai più bisognosi, di non rimanere indietro, nella ricerca di quella dignità della persona umana, che, sempre, va garantita a tutti.
(bc)
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