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di Stefano Ceccanti
Salvati e Gorrieri: un nuovo compromesso tra capitalismo e democrazia, fondamento e pratica
A fine 2009 Il Mulino ha edito due libri che mi sono sembrati complementari. Il primo è quello di Michele Salvati, “Capitalismo, mercato e democrazia”, che è in realtà una raccolta di interventi con un ampio saggio introduttivo sui fondamenti del problema. Quello di Salvati è come mettere insieme tre affermazioni vere, ma dall’intreccio problematico.
La prima è che non ci può essere democrazia senza cittadini dotati di indipendenza e quindi senza proprietà e mercato. Il socialismo pianificato non la consente e quindi non vi potrebbe mai essere con esso una sana competizione elettorale né un sano pluralismo di autonomie e poteri indipendenti. La seconda è che proprietà e mercato significano capitalismo, o, meglio “capitalismi”, che incarnano in modi diversi il compromesso tra le dinamiche del mercato e quelle della democrazia. La terza è che, in misura maggiore o minore, il capitalismo, pur necessario, crea problemi alla democrazia, alla promessa di uguaglianza che essa porta con sé e che la rende attraente, perché genera squilibri di risorse e di potere. Le élites economiche e quelle politiche vivono in simbiosi, hanno potenti mezzi di scambio tra loro (risorse per la politica e provvedimenti), e limitano l’effettiva indipendenza dell’opinione pubblica. L’indipendenza può essere una conseguenza non delle motivazioni dei capitalisti, ma del funzionamento del sistema di concorrenza che, se ben organizzato, forza in quella direzione.
La conclusione di Salvati è pertanto che “Il vero avversario della democrazia sta nel funzionamento difettoso della democrazia stessa, in un sistema partitico autoreferenziale e distaccato dal popolo che dovrebbe rappresentare, in una commistione tra sfere di potere che dovrebbero restare separate (potere politico, potere economico, potere mediatico)..in una società civile e in un’opinione pubblica poco riflessive e facili prede di demagoghi”.
Altrettanto chiara è la prognosi riformista: “combattere contro Amleto è sbagliato, combattere per costringere il principe di Danimarca a indossare indumenti decorosi è giusto”. Il che chiama anche in causa l'intreccio tra sistemi politici nazionali, regionali e locali, in una visione che oltre allo statalismo rigetta anche coerentemente un rigido centralismo. D'altronde Salvati è anche uno dei padri della riforma del Titolo V e, nello specifico, dell'art. 119 sul federalismo fiscale.
(segue)
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