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NUMERO 3 - 11/02/2015

 Da Napolitano a Mattarella: la normalità obiettivo possibile

 Come sottolineato dall’editoriale di Francesco Clementi, il Presidente Napolitano, dimettendosi anticipatamente per motivi di salute, aveva fatto una scommessa sulla capacità di tornare alla normalità, quella che era mancata a inizio legislatura costringendolo ad accettare la rielezione. Napolitano riteneva possibile che, avendo avviato una stagione di riforme, in primis costituzionale ed elettorale, il Parlamento fosse capace di eleggere il suo successore in pochi scrutini e con largo consenso. Questa scommessa, almeno sul breve periodo, è stata vinta, in particolare grazie ad una gestione accorta e trasparente da parte del Presidente del Consiglio. Accorta perché Renzi ha fatto tesoro del principale errore di Bersani, che nel 2012 propose a Berlusconi una terna (Amato, Marini e lo stesso Mattarella) col risultato che, quando il suo avversario scelse Marini, larga parte del Pd avvertì quella scelta come troppo condizionante. Da qui l’idea di offrire un solo nome, che però non è stato proposto a freddo con una sorta di diktat, ma dopo alcune convergenti proposte delle altre forze politiche ricevute alla sede del Pd. Era stato chiesto che si trattasse di una personalità politica esperta e non di un tecnico, che avesse caratteristiche di moderazione anche per la provenienza, che ci fosse una discontinuità rispetto alla matrice post-comunista del predecessore e qualcuno aveva anche chiesto che avesse un percorso interno al cattolicesimo politico. Mattarella è una delle personalità che rientrano in queste caratteristiche. Per questa ragione sembra un po’ difficile condividere la critica per la quale il metodo sarebbe stato sbagliato, ma la persona  pienamente adatta, a meno che quelle indicazioni fossero considerate del tutto secondarie e si identificasse il metodo con l’idea di una rosa di nomi. Non si poteva però chiedere a Renzi di ripercorrere il principale errore di Bersani. La normalità ritrovata nell’elezione potrà essere mantenuta nei passaggi successivi, evitando di stressare la figura presidenziale con la continua richiesta di prestazioni emergenziali di unità? Questa domanda è stata tradotta da molti, come precisa bene il post-scriptum di Clementi, con un dubbio relativo alla difficoltà del Presidente del Consiglio di gestire contemporaneamente tre maggioranze: di governo, per le riforme, presidenziale. In realtà l’ultima è legata all’elezione e con essa scompare. La seconda, a ben vedere, sembra in grado di reggere: la riforma costituzionale che la Camera sta approvando è al novanta per cento quella già votata dal Senato, per cui il passaggio successivo sarà breve e i due ulteriori prevedono solo il voto complessivo senza emendamenti; quella elettorale è anch’essa in dirittura d’arrivo. Per inciso qualcuno pretenderebbe che il Presidente intervenisse sulla riforma costituzionale e che sulla legge elettorale annunciasse il rifiuto di firma a causa dei capilista bloccati. Sul primo punto, come è giusto in materia di revisione costituzionale, il Presidente è stato esplicito chiarendo che le “singole soluzioni..competono al Parlamento”. Sul secondo, che è di natura diversa e dove un controllo è sempre possibile, ha però richiamato non casualmente il suo predecessore Napolitano nelle sue sollecitazioni a farne un’urgenza. Non bisogna comunque dimenticare che la sentenza della Corte 1/2014 nel punto 5.1 del considerato in diritto ha chiaramente escluso solo le liste bloccate lunghe (la legge Calderoli è  ritenuta non “comparabile con altri (sistemi) caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto”)  e che la legge Mattarella prevedeva alla Camera liste bloccate fino a quattro nomi per la parte proporzionale. Ad abundantiam il medesimo Mattarella fu eletto come capolista bloccato in tutte e tre le elezioni in cui la legge è stata in vigore. Difficile peraltro che Mattarella non condivida l’obiettivo della democrazia governante che accomuna le due riforme, dato come descrisse la terza fase di Aldo Moro nel volume curato da Fulco Lanchester già citato da Clementi: “quella che potesse basarsi su  una reciproca legittimazione, un riconoscimento vicendevole, per poter successivamente governare, nuovamente contrapposti ma con possibilità di alternanza, e senza la durezza dello scontro che aveva preceduto la fase della solidarietà nazionale”. I veri nodi sono invece relativi alla prima maggioranza, quella di Governo, per le indubbie difficoltà di Ncd e Udc che però hanno più a che fare con le difficili alleanze per le Regionali che non con l’elezione di Mattarella. Sembra però piuttosto improbabile che Ncd e Udc vogliano mettere in crisi l’unica maggioranza di Governo in grado di far continuare la legislatura, per costruire la quale Ncd si è scissa da Forza Italia. Per questo la stabilizzazione della normalità, in cui venga ad inserirsi anche il nuovo Presidente, sembra un obiettivo percorribile.



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