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NUMERO 3 - 11/02/2015

 Il ritorno della politica 'complessa'

Persino la firma, espressa con la diversità di voto (“Mattarella”, “Sergio Mattarella”, “Mattarella S.”, “On. Sergio Mattarella”, “On. Mattarella”, “Mattarella Sergio”), per identificare il gruppo politico o la corrente di appartenenza - che di per sé contravviene alla norma del voto segreto anche se “per prassi si è sempre fatto” – nell’elezione a Presidente della Repubblica di Sergio Matttarella assume un significato nuovo, positivo. Sicuramente diverso da quello di “voto di scambio” o di “accordo tra bande” che taluno ha voluto attribuirvi. Quasi paradossalmente, infatti, il manifestarsi nell’elezione di Mattarella di un voto per gruppi, per soggetti collettivi aggregati  - se si vuole – anche soltanto superficialmente intorno ad una posizione politica “di interesse” ha costituito senz’altro una novità, addirittura, una svolta rispetto a quella tendenza caratteristica (al punto da costituirne il tratto distintivo) della cd. seconda Repubblica per la quale il consenso e la legittimazione delle istituzioni da parte dei cittadini avveniva (doveva avvenire) in termini individuali senza condizionamenti di gruppi, associazioni, sindacati, mondi vitali, movimenti, partiti che avrebbero potuto condizionarne il rapporto con il leader che li impersonava. Il senso vero della “Leopolda” contrapposta al Partito democratico (e, più in generale, ai Partiti politici) o della delegittimazione dei sindacati nei processi decisionali di governo o, ancora, dell’uso continuo, diretto dei social network da parte del Capo del governo non è stato finora altro che questo: sostituire la politica e la democrazia complessa di una società pluralista con i meccanismi del consenso in /mediato, individualistico, espresso in forme di semplice adesione più che ad un programma o ad un progetto ampiamente condiviso alla volontà di un capo solo al comando. Ora, rispetto a questi temi, lo scenario con l’elezione di Mattarella cambia radicalmente. Anzi, ad onor del vero, bisogna riconoscere che il processo di cambiamento comincia ancor prima che la designazione di Mattarella avvenisse ed il segretario del Partito democratico, titolare del maggior pacchetto di voti (445 su un totale di 1009 grandi elettori) e quindi responsabile di dovere condurre il gioco, si mettesse alla ricerca di un metodo per scegliere il candidato da proporre al Parlamento. Dopo diversi tentativi condotti in base alla vecchia logica leaderistica che aveva portato al cd. “Patto del Nazareno”, Renzi, certamente anche per le pretese del suo interlocutore pattizio ma soprattutto per le pressioni della minoranza dei Democratici, cambia completamente gioco e si rivolge all’interno del suo Partito per trovare un candidato gradito a tutti o, quanto meno, alla stragrande maggioranza. E’ la fine improvvisa dell’ostracismo al partito in quanto organizzazione comunitaria, alle sue componenti interne, ai suoi riti decisionali fatti di confronti, scontri, mediazioni ed il risorgere del valore del pluralismo delle posizioni, del dialogo, dell’ascolto, della ricerca dell’unità. E ciò non solo all’interno del PD ma anche con riferimento agli altri gruppi politici a quest’ultimo estranei che, così, non vengono messi dinanzi ad una proposta del solo leader ma ad una candidatura di tutto il Partito che, proprio per questo, come dichiara subito Guerini, non ha alternative e sarà mantenuta fino alla fine. Non è un atto di arroganza politica e nemmeno un errore di metodo, come rovinosamente per loro ritengono alcune forze politiche direttamente o indirettamente partecipi del “Patto del Nazareno”. E’ semplicemente un cambio del modo di rapportarsi tra le organizzazioni politiche che così non vengono più affidate alla esclusiva performance dei leader che le guidano ma all’insieme della loro complessità che non potrà che produrre, nel merito, un risultato diverso da quello ipotizzato e ricercato con le vecchie ritualità quasi carbonare e comunque poco trasparenti che, ormai, l’impasse causata dalla populismo dell’anti politica non consentivano più. A questo punto candidato unitario ed unico del Partito democratico veniva designato Sergio Mattarella e la sua scelta diventava non solo irreversibile per il PD ma anche apprezzabile nel merito per la quasi totalità delle altre Forze politiche. Anche di quelle che poi alla fine non lo avrebbero votato.  E così, con la sua candidatura, prima, e la sua elezione, dopo, Sergio Mattarella imprime alla situazione politico-istituzionale del Paese una svolta che segnerà la fine dei protagonismi solitari protesi quasi esclusivamente agli annunci delle riforme, dei provvedimenti, delle decisioni ma dimentichi della loro attuazione, ed aprirà la prospettiva di un ritorno alla concretezza e durezza dell’esperienza politica che non potrà più essere guidata da un “pensiero debole” e volubile ma dovrà ritornare a cimentarsi con la complessità di una razionalità che è riflesso di una società sempre più tecnologicamente sviluppata ma al contempo frammentata e diseguale. Sergio Mattarella in questo senso dà garanzie assolute. Innanzi tutto, perché conosce benissimo i compiti essenziali al suo nuovo ruolo di Presidente della Repubblica. E cioè le funzioni di arbitro dei poteri costituzionali e della partita che giocano quotidianamente le parti politiche, ognuna con la propria visione del bene comune; e di garante della Costituzione che può certamente essere riformata ma non stravolta dal Parlamento nei suoi principi e valori portanti a cominciare da quello dell’equilibrio del sistema repubblicano tra tutte le istituzioni che lo compongono. E, poi, perché Mattarella aggiunge a questa sensibilità politico-istituzionale una altrettanto spiccata attenzione alla dimensione sociale dei deboli, dei poveri, degli emarginati che costituiscono l’umanità dolente di cui parlava Giuseppe Capograssi e che un sistema che vuole essere democratico non può trascurare pena la sua trasformazione, come ha scritto Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica scorsa su Repubblica, “in un regime autocratico in cui chi conquista il potere lo esercita di solito con l’unico intento di mantenerlo e di rafforzarlo”. Mattarella è del tutto estraneo a questo tipo di seduzione  (basta considerare il suo ritiro dalla politica attiva nel 2008) ed anzi testimonia una diversa specificità. Come rivelano, infatti, le sue prime parole da Presidente (“Il mio pensiero va soprattutto e innanzi tutto alle difficoltà ed alle speranze dei nostri concittadini”) egli si colloca personalmente ma, soprattutto, colloca il Paese e le sue istituzioni sul versante della solidarietà. Ma non di una solidarietà consolatoria, pietosa, passiva. Quanto, piuttosto, di una solidarietà attiva, capace di alimentare un’azione collettiva di creazione, costruttrice cioè di una nuova storia che ha sì un passato ma anche un futuro. Questo futuro è la speranza che, come insegna Papa Francesco, non è un atto del destino o del caso e nemmeno di una mera scommessa ma l’impegno da mettere in campo per non “continuare a fare sempre le stesse cose” e neppure a resistere difronte ad una realtà in cambiamento. La storia umana, la storia del nostro Paese, la storia di ognuno di noi, delle nostre famiglie, la storia concreta che costruiamo giorno dopo giorno “non è mai finita, non esaurisce mai le sue possibilità ma può sempre aprirsi al nuovo, a ciò che fino ad oggi non si era tenuto in conto. A ciò che sembrava impossibile” (J.M.Bergoglio, Speranza, Ed. spec. per il Corriere della Sera, Bergamo, 2014, 8). Mattarella, questo, lo sa bene e per ciò ha evocato con le sue prime parole da Presidente accanto alle “difficoltà” la “speranza”. Per indicare fin da subito ed in maniera chiara al Popolo italiano che è anche sua responsabilità, in questa fase di crisi così lunga e drammatica, non abbattersi e non perdere la speranza. Naturalmente, in questa prospettiva, il Presidente della Repubblica si impegna a porsi come punto di riferimento e lo fa sottolineando, nel suo discorso inaugurale di fronte alle Camere, che il suo ruolo di rappresentante dell’unità nazionale non sarà il formale ossequio al primo comma dell’art. 87 della Costituzione ma il costante impegno per rimuovere quegli ostacoli che – sul piano della garanzia dei diritti fondamentali, dell’offerta dell’opportunità di lavoro per i giovani, delle attese sempre più deluse del Mezzogiorno – impediscono quell’eguaglianza sostanziale che costituisce obbiettivo non dismesso e non cancellabile della nostra Carta fondamentale. Ma il richiamo all’unità nazionale non ha solo questa valenza. Esso intende sottolineare anche che il Presidente avrà un atteggiamento di “ascolto senza pregiudizi” rispetto a tutte le parti che legittimamente costituiscono il nostro pluralismo sociale e politico, come dimostrano già gli inviti al Quirinale per la cerimonia di insediamento fatti a Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, leader politici di opposizione senza incarichi istituzionali. Ed, insomma, che Egli (il Presidente) agirà con uno spirito di riconciliazione nazionale che, forse, finalmente riuscirà a cancellare le divisioni che ancora permangono non solo nel mondo politico ma anche nel tessuto sociale e culturale. Infine, c’è da stare certi che questa sottolineatura del ruolo e della funzione dell’unità non sarà declinata da Mattarella in termini statuali ma di riferimento alla Repubblica con tutte le sue articolazioni. Il che significa che nella riforma costituzionale in itinere, che sarà il primo vero terreno di svelamento della ‘linea’ del Presidente, Mattarella sarà molto attento ai diritti e alle prerogative non solo dello Stato ma anche di tutte le istituzioni che costituiscono la Repubblica. E ciò in ossequio a quella complessità che è caratteristica istituzionale del nostro ordinamento e che il ritorno alla razionalità politica non potrà che fare riapprezzare.



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