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NUMERO 3 - 11/02/2015

 La dimensione europea della riorganizzazione macroregionale

“Avverto pienamente la responsabilità di rappresentare l’unità nazionale. L’unità che lega indissolubilmente i nostri territori, dal Nord al Mezzogiorno. Ma anche l’unità costituita dall’insieme delle attese e delle aspirazioni dei nostri concittadini”. Così il neo eletto presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che, subito dopo nel suo messaggio al Parlamento, il giorno del giuramento (03.02.2015), aggiungeva: “questa unità rischia di essere difficile, fragile, lontana”. Insomma, non raggiungibile senza quelle riforme istituzionali che riguardano in particolare la seconda parte della nostra Costituzione e lo stesso processo democratico che deve rendere le Pubbliche Amministrazioni alla portata dei cittadini, “che chiedono partecipazione, trasparenza, semplicità di adempimenti, coerenza di decisioni”. E’ così, in questo spirito, dunque, che bisogna ‘vivere’ le riforme strutturali soprattutto quelle che riguardano temi che incidono sull’unità nazionale. Uno di questi, indubbiamente, è il tema delle regioni la cui riforma istituzionale in itinere corre però il rischio di ridimensionarne pesantemente il ruolo.Infatti - sia attraverso il riconoscimento allo Stato di numerose materie nelle quali il legislatore nazionale è abilitato: a dettare “norme generali”; a definire “interessi nazionali o sovranazionali”; a stabilire “linee di programmazione strategica”, sia attraverso l’attribuzione allo stesso della “clausola di supremazia” che gli consente di intervenire in materie non riservate alla sua competenza esclusiva quando lo richiedono esigenze di unità giuridica ed economica della Repubblica – ciò che sostanzialmente si verifica, se dovesse essere definitivamente adottato il testo approvato al Senato ed oggi in discussione alla Camera, è l’abbattimento delle garanzie costituzionali della potestà legislativa regionale. E, sul piano dell’effettualità dei rapporti istituzionali, la unilaterale ed autoritaria definizione da parte dello Stato dei confini delle competenze legislative e della sfera di autonomia delle Regioni.Con la conseguenza che così ci si allontana non solo, come ha scritto Valerio Onida, “dalla ubriacatura federalista degli anni novanta” ma anche dalle ragioni profonde radicate nella scelta della Repubblica delle Autonomie prefigurata dall’art.5 della Costituzione del 1948. Circostanza, quest’ultima, che certamente non farebbe fare un passo in avanti al nostro ordinamento né sul piano della qualificazione dei processi democratici né su quello della funzionalità delle istituzioni al bene comune, patrimonio di tutti i concittadini della Repubblica. Diverso potrebbe essere, invece, l’esito di questa riforma regionale se essa imboccasse la strada recentemente indicata da una pluralità di iniziative legislative univocamente tendenti al riordino territoriale delle venti Regioni, attualmente previste dall’art. 131 della Costituzione.Secondo quanto sostengono, infatti, molti degli autori di queste iniziative non solo parlamentari, dopo quarant’anni dalla completa articolazione del Paese, il regionalismo in Italia ha perso la sua capacità di spinta per la crescita e lo sviluppo delle Comunità e si è via via trasformato in causa di distorsioni e degenerazioni che hanno portato al complessivo sfaldamento del sistema politico italiano ed al suo distacco dalla società civile. In sostanza per i fautori di questa proposta è finita la fase in cui le regioni hanno contribuito “alla crescita delle Comunità locali, alla tutela del patrimonio storico e ambientale, allo sviluppo delle infrastrutture e dell’impresa”, all’ampliamento del welfare e, soprattutto, negli ultimi quindici anni, si sono trasformate in fonti di sprechi di denaro pubblico, in soggetti di inquinamento della gestione amministrativa, in centri di evasione dalla stessa autorità regolativa dello Stato. Non solo. Ma, soprattutto, le regioni hanno rinunciato al loro ruolo di programmazione e regolazione normativa per tuffarsi in una attività di gestione amministrativa diretta o attraverso la promozione di società controllate ed enti sottoposti a rigida lottizzazione politica, sindacale o di gruppi di interesse, in genere, impropriamente competitiva con l’azione dei Comuni e degli altri enti locali. In definitiva, l’attuale regionalismo è considerato “al capolinea” e si propone di lavorare sulle macroaree di funzioni perché “gli attuali perimetri amministrativi non risolvono i problemi” (Caldoro) e “le nostre Regioni sono troppe” (Zingaretti). Serve, cioè,un piano per accorparle. Cosa che, appunto, propongono ad esempio i disegni di legge costituzionale del deputato dem Morassut, il quale prevede di ridisegnare la cartina d’Italia in dodici zone omogenee per “storia, area territoriale, tradizioni linguistiche e struttura economica”, del deputato azzurro Palmizio, il quale immagina tre grandi regioni con la conseguente cancellazione di quelle a statuto speciale ed infine del deputato della Lega Nord Giorgetti, il quale spera di istituire dal basso delle macroregioni attraverso referendum popolari con l’attribuzione alle medesime di risorse in misura non inferiore al 75% del gettito tributario prodotto nel loro territorio... (segue)



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