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NUMERO 7 - 06/04/2016

 Confessioni religiose e intese tra iurisdictio e gubernaculum, ovverosia l'abnorme dilatazione dell'area delle decisioni politiche non giustiziabili (a prima lettura di Corte cost. n. 52 del 2016)

Non pochi sono – come si sa – gli ambiti materiali di esperienza nei quali la Corte costituzionale ha prodotto uno sforzo encomiabile, facendo davvero di tutto (e, forse, pure di più…) al fine di ripianare o, quanto meno, circoscrivere sensibilmente le c.d. “zone franche” della giustizia in genere (e costituzionale in ispecie). Altre volte, invece, le ha create; ed è proprio ciò che, a mia opinione, si è avuto con la decisione qui annotata a prima lettura. Molti i suoi profili meritevoli di considerazione, al piano processuale come a quello sostanziale. Qui mi soffermerò unicamente su uno di essi, cui assegno uno speciale rilievo, facendo solo un cenno a qualche altro e riservandomi quindi di tornare su di essi in altra occasione. La Corte si mostra avvertita del fatto che la sua decisione crea appunto, a conti fatti, una “zona franca” e si premura, sul finire del suo articolato argomentare, di circoscriverne la portata assumendo che il diniego manifestato dal Governo alla confessione religiosa (o presunta tale) che aspirava a dare avvio alle trattative in vista della eventuale stipula di un’intesa ex art. 8, III c., cost. non produce effetto alcuno al di là della vicenda in cui esso è espresso; in particolare, non incide sulla qualificazione in via generale di un gruppo sociale quale confessione religiosa, con ciò che ne consegue in ordine alla sua attitudine ad essere destinatario delle norme giuridiche riguardanti tale tipo di formazione sociale. Sta di fatto, però, che anche solo nell’ambito materiale di esperienza coperto dalla previsione costituzionale surrichiamata, la pretesa del gruppo stesso resta sguarnita di tutela, dal momento che la decisione del Governo di scegliersi i propri interlocutori sarebbe – a dire del giudice costituzionale – insindacabile in sede giurisdizionale, siccome esclusivamente riferibile all’indirizzo politico di cui l’organo è portatore. Sia chiaro. Sposta poco, praticamente, che il Governo (e, in ispecie, il Presidente del Consiglio) offra ospitalità a Palazzo Chigi ai rappresentanti della confessione per poi tagliar subito corto e manifestare indisponibilità e vera e propria insofferenza al “dialogo”, magari con le motivazioni evocate nella pronunzia in esame in relazione al contesto internazionale, oggi segnato – come si sa – da episodi ricorrenti di sangue sparso in nome del trascendente.  Non è qui, però, il punto. A mio modo di vedere, il Governo può – del tutto legittimamente, dal suo punto di vista – rifiutarsi di ricevere la rappresentanza della confessione religiosa, alla sola condizione però che contesti l’identità dichiarata da quest’ultima, appunto il suo essere una “confessione”. Di contro, è solo al momento in cui si realizza l’incontro e si verifica – anche attraverso il franco confronto con la stessa confessione – la sussistenza delle condizioni oggettive necessarie per lo svolgimento delle trattative che il Governo può esprimere il suo motivato avviso contrario a che esse abbiano luogo. Un accertamento, quello inerente la qualità soggettiva della formazione sociale, che tuttavia – qui è il cuore della questione – non compete in via esclusiva ed insindacabilmente allo stesso Governo ma, in ultima istanza, come la più avvertita dottrina va dicendo da tempo, al giudice. Altrimenti, sarebbe come ammettere che ad un atto politico insindacabile competa far luogo all’interpretazione autentica di un disposto costituzionale (e di un disposto – si faccia caso – qui espressivo di un principio fondamentale).  Resta nondimeno fermo che la pronunzia del giudice può costituire oggetto di ricorso in sede di conflitto di attribuzioni, unicamente però nei margini stretti (ed anzi strettissimi) in cui – secondo l’indirizzo giurisprudenziale ormai invalso – ciò può aversi senza che il giudizio costituzionale si snaturi in un ulteriore, anomalo, grado di appello. Al riguardo, la Corte fa oggi propria la tesi del Governo che contestava in radice la sussistenza del potere della Cassazione di pronunziarsi a riguardo del diniego alle trattative manifestato dallo stesso Governo. Sennonché la soluzione della questione relativa alla sussistenza dei presupposti giustificativi dell’ammissibilità del ricorso per conflitto si fa dipendere – a mia opinione, discutibilmente – dal previo scioglimento di un’altra questione concernente il rapporto sussistente tra la richiesta di trattative avanzata dal gruppo sociale e la conclusione dell’intesa, alla quale poi si connette l’ulteriore questione riguardante il rapporto sussistente tra l’intesa stessa e l’avvio del procedimento in vista della sua traduzione in legge. Per il primo aspetto, la Corte ritiene di poter desumere dal carattere politico dell’andamento delle trattative e della conseguente conclusione dell’intesa il carattere parimenti politico della decisione di dar inizio alle trattative stesse. Ciò che non è, per la ragione che la decisione stessa non può che poggiare – come si è venuti dicendo – sul mancato riconoscimento di una qualità soggettiva dell’interlocutore del Governo non dipendente dalla insindacabile (se non, appunto, al piano politico) volontà dello stesso bensì da connotati oggettivi, da tempo rilevati in dottrina, tra i quali una speciale considerazione va riservata al radicamento nella tradizione – possiamo dunque dire: ad un’interpretazione costituzionale consuetudinariamente orientata – del gruppo operante in ambito religioso. Per il secondo aspetto, poi, come opportunamente fatto rilevare dalla difesa del gruppo costituitosi in giudizio, l’area della insindacabilità (se non al piano politico) comincia solo dopo che ha avuto inizio il procedimento legislativo (nella sua ristretta e propria accezione); l’intesa – come molti hanno da tempo fatto notare – sta fuori e prima di quest’area, non inscrivendosi nel procedimento stesso. Né varrebbe opporre – come, invece, sostenuto dal Governo – che, una volta raggiunta l’intesa, rientrerebbe parimenti nell’esclusivo apprezzamento politico del Governo decidere se presentare, o no, il disegno di legge volto alla sua ricezione. Giusta questa tesi, infatti, si assisterebbe ad un’ulteriore, indebita dilatazione dell’area materiale della insindacabilità. E, invero, non sarebbe rispettoso del canone della lealtà istituzionale, nonché del principio dell’affidamento, il comportamento del Governo che, dopo aver raggiunto l’intesa con la rappresentanza della confessione, non si attivi sollecitamente per la sua traduzione in legge e, anzi, non si spenda nella sede parlamentare con ogni mezzo (tra cui, dunque, la eventuale posizione di una questione di fiducia) affinché la traduzione stessa abbia luogo in tempi ragionevolmente contenuti. Sarebbe, infatti, a dir poco bizzarro l’operare di un Governo che non eserciti il diritto d’iniziativa legislativa ovvero che vi dia corso e poi però chieda alle Camere di bocciare il disegno di legge o, comunque, ponga in essere comportamenti ostruzionistici nei riguardi del suo stesso atto di avvio del procedimento parlamentare... (segue)



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