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NUMERO 6 - 23/03/2016

 Atti politici e prerogative del Governo in materia di confessioni religiose

La recente sentenza con la quale la Corte costituzionale si è pronunciata sul conflitto di attribuzioni sollevato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri tocca una serie di delicate tematiche che, di sicuro, occuperanno la dottrina lungo un dibattito che si annuncia estremamente complesso. Come noto, la sentenza n. 52/2016 si è pronunciata su ricorso per conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato proposto dal Presidente del Consiglio dei ministri contro la Corte di cassazione, Sezioni unite civili, in relazione alla sentenza 28 giugno 2013, n. 16305. In estrema sintesi, il ricorso era finalizzato ad ottenere declaratoria da parte della Corte costituzionale circa il fatto che non spetta alla Corte di cassazione affermare la sindacabilità, ad opera dei giudici comuni, del rifiuto del Consiglio dei ministri ad avviare le trattative finalizzate alla conclusione dell’intesa di cui all’art. 8, terzo comma, Cost. In particolare, la Corte di cassazione, con la sentenza da cui il predetto conflitto, affermava che l’accertamento preliminare relativo alla qualificazione dell’istante (nel caso specifico, l'Unione degli Atei ed Agnostici Razionalisti) come confessione religiosa costituisce esercizio di discrezionalità tecnica da parte dell’amministrazione, come tale sindacabile in sede giurisdizionale. Tra i passaggi più rilevanti dell'articolato motivazionale della sentenza della Corte costituzionale, vi è senz'altro quello con cui la Consulta ha osservato che “la non giustiziabilità della pretesa all’avvio delle trattative, inoltre, si fonda su ulteriori argomenti del massimo rilievo istituzionale e costituzionale. Per il Governo, l’individuazione dei soggetti che possono essere ammessi alle trattative, e il successivo effettivo avvio di queste, sono determinazioni importanti, nelle quali sono già impegnate la sua discrezionalità politica, e la responsabilità che normalmente ne deriva in una forma di governo parlamentare”. Ancora, ha argomentato la Corte costituzionale, “negando l’avvio alle trattative, il Governo non sfuggirebbe, tuttavia, ad ogni imputazione di responsabilità. L’art. 2, comma 3, lettera l), della legge n. 400 del 1988 sottopone alla deliberazione dell’intero Consiglio dei ministri «gli atti concernenti i rapporti previsti dall’articolo 8 della Costituzione». E poiché tra questi atti è sicuramente ricompresa la deliberazione di diniego di avvio delle trattative, è giocoforza riconoscere che anche di tale decisione il Governo risponde di fronte al Parlamento, con le modalità attraverso le quali la responsabilità politica dell’esecutivo è attivabile in una forma di governo parlamentare”... (segue)



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