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NUMERO 22 - 21/11/2018

 Libia, la posta in gioco

È difficile parlare della situazione in Libia su una rivista giuridica senza correre il rischio di scivolare nella geopolitica pura, rubando così il mestiere a chi ne sa di più. Nel caso libico, si pongono in maniera estrema i problemi che la dottrina giuspubblicistica ha incontrato nel tentativo di ricostruire, con il proprio linguaggio e il proprio apparato tassonomico, i principali eventi geopolitici del dopo-Guerra fredda.  Facciamo due esempi. Il primo è quello della cosiddetta dottrina del “Grande Medio Oriente”, in base alla quale la tutela degli interessi dell’Occidente e la diffusione della democrazia, dopo la fine della Guerra fredda, dovevano essere assicurate dalla diffusione del costituzionalismo nell’area compresa, con qualche forzatura, in un triangolo ai cui vertici troviamo, nell’ordine, la punta ovest del Sahara occidentale, il centro della catena caucasica e la punta orientale dell’Oman. Quella dottrina, nella prospettiva giuspubbliscitica, veniva sostanzialmente interpretata in due modi, che si sono mostrati entrambi fallimentari. Per un verso, in quanto estensione della “dottrina Helsinki” all’universo arabo-islamico, essa si qualificava come un tentativo di euro-americanizzazione del globo dopo la fine della Guerra fredda, ovvero come arrogante interdizione alla ricerca di vie nuove e originali alla democrazia costituzionale. In pratica, poteva essere vista come un tentativo di esportare il modello democratico-costituzionale anglo-americano, e di dare, in questo modo, all’unilateralismo dei primi anni del Terzo millennio una solida base ideologica e strategica. Per un altro verso, essa poteva essere letta come occasione per mettere alla prova la dottrina del costituzionalismo globale, o del costituzionalismo “post-vestfaliano”, vale a dire un costituzionalismo non più costruito dentro l’orizzonte statuale, ma centrato sui diritti e sulla persona, in una prospettiva transnazionale. Questa seconda lettura stimolava un atteggiamento critico e costruttivo nei confronti dell’Amministrazione USA, che avrebbe dovuto «prendere sul serio» la propria missione storica. Ora, il fallimento della dottrina del Grande Medio Oriente è sotto gli occhi di tutti. Si considerino solo, a titolo esemplificativo, due circostanze: a) lo Stato islamico nasce esattamente al centro del suddetto triangolo, tra l’Iraq e la Siria; b) l’esposizione delle popolazioni occidentali alla minaccia terroristica, negli ultimi dieci anni, non solo non è diminuita, ma è cresciuta in maniera inattesa (dati 2016 del Global Terrorism Database dell’Università del Maryland e dell’IHS Jane’s Terrorism and Insurgency Center).  Ma quel fallimento, vale a dire il ridimensionamento drastico del peso degli Stati Uniti sullo scacchiere globale, contrariamente a quanto auspicato da gran parte della critica liberal-democratica alla dottrina del Grande Medio Oriente, non ha dato l’avvio di una nuova primavera dei popoli, con lo sviluppo di vie autonome alla democrazia, bensì l’affermazione di nuovi imperia, in chiave tanto geopolitica che geoeconomica. In quest’ultimo senso possono essere letti sia l’euro-asiatismo russo sia la politica africana della Cina – due fenomeni che, combinati tra loro, segnano in prospettiva una sensibile contrazione geopolitica dell’area di influenza del modello democratico-costituzionale di stampo atlantico. Il secondo esempio è dato dalla Primavera araba, che è stato oggetto di clamorosi fraintendimenti interpretativi in Occidente. Da una parte, si esultò alla rinascita democratica e costituzionale del mondo islamico, senza comprendere che quella rinascita aveva al proprio interno una mescolanza esplosiva tra desiderio di emancipazione economico-sociale e vis antagonistica nei confronti dell’Occidente e dei suoi principi individualistici e liberaldemocratici. Dall’altra parte, si temette l’ondata islamistica e antimoderna, sottovalutando il fatto che quella rivolta racchiudeva anche il tentativo di rispondere alla crisi dei modelli giuspubblicistici, in particolare per quel che riguarda la neutralizzazione dello spazio pubblico rispetto alle istanze comunitaristiche e religioso-identitarie… (segue)



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