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NUMERO 1 - 09/01/2019

 Governance economica europea e principio democratico

Sebbene si possa tranquillamente affermare che il processo di integrazione europea è il frutto di vicende alterne e, primariamente, di una serie continua di frizioni, è condivisibile l’idea che la crisi economico-finanziaria originatasi negli Usa ed approdata, poi, in Europa abbia rivestito un ruolo considerevole, se non preminente, rispetto alle altre, che pure ne hanno segnato il cammino accidentato. Questa considerazione non implica la sottovalutazione dell’impatto recato dalle crisi precedenti e da quelle più recenti, come ad esempio la crisi dei rifugiati e la Brexit, chiare manifestazioni del diffuso malcontento che serpeggia sempre più tra i cittadini europei e segnali, assieme alla crisi dell’euro, di una più profonda «crisi esistenziale» dell’Ue, dinanzi alla quale si staglia oramai minacciosamente lo spettro di una sua «disintegrazione»; comporta, invece, l’assunzione della consapevolezza della gravità della c.d. “euro crisis” e della salienza delle misure approntate al fine di contrastarla, in ragione della loro capacità di ingenerare una «mutazione» (rectius: una radicale e permanente «trasformazione», ovvero una più interstiziale e temporanea, ma non per questo trascurabile, «variazione», a seconda dalla lettura a cui si preferisce aderire) della «situazione costituzionale» dell’Ue. La novellata governance economica dell’Ue ha prodotto notevoli implicazioni sul piano istituzionale, politico, economico e sociale all’interno degli Stati membri e della stessa Ue, rischiando di farli pericolosamente precipitare assieme nel baratro di quello che Majone ha icasticamente ribattezzato un «democratic default» Come diversi autorevoli studiosi hanno ben messo in luce, le recenti riforme della governance economica europea hanno costituito una sfida nei confronti della salvaguardia dei principi cardine del costituzionalismo, della tenuta della democrazia rappresentativa e del mantenimento dei meccanismi di legittimazione sia degli Stati membri che dell’Eurosistema,  giungendo, a detta di alcuni, ad instillare finanche irritanti elementi autoritari al loro interno. L’impressione sempre più diffusa è che, nel complesso, sia venuto meno il fondamentale nesso potere-responsabilità nel processo di determinazione dell’indirizzo politico-finanziario nell’Ue e, in particolare, nell’eurozona, dominato da un «composito» e «frammentato», ma non per questo meno potente, esecutivo euro-nazionale (Governi nazionali, Consiglio europeo, Consiglio ECOFIN, Eurosummit, Eurogruppo e Commissione), che appare svincolato da adeguate forme di controllo da parte degli organi rappresentativi dei cittadini dell’Ue; infatti, per i motivi di cui si dirà, risulta sempre più arduo per le assemblee parlamentari scrutinare l’operato dell’apparato esecutivo europeo, così come attribuire una precisa e chiara responsabilità per le scelte che vengono compiute in seno all’Ue in materia economico-finanziaria, sicché essa rimane per così dire sospesa tra il livello europeo e quello nazionale. Sono stati i Parlamenti nazionali e il Parlamento europeo le principali vittime dell’esercizio di quello che è stato definito, con toni schmittiani, il «diritto [europeo] di stato d’eccezione»: una legislazione emergenziale approntata dal «direttorio degli esecutivi», secondo una logica manageriale e burocratica, lungo un «rinnovato» e «straripante» approccio «intergovernativo», condotto (in buona parte) sotto l’egida del diritto internazionale e concretatosi, de facto, in una «fuga» dai Trattati europei. In particolare, i Parlamenti nazionali, oltre a soccombere dinanzi al recente «federalismo degli esecutivi», da cui è sortito anche il processo di revisione costituzionale post-nazionale circa l’introduzione delle balance budget rules, sono caduti preda della riforma della normativa secondaria del Patto di Stabilità e Crescita (d’ora in poi, PSC), realizzata mediante il Six Pack e il Two Pack. Tali pacchetti di riforma hanno imbrigliato l’azione dei Parlamenti in una sempre più fitta rete di indicatori numerici, oltre ad aver inasprito i dispositivi di sorveglianza e di correzione che presidiano lo svolgimento dei rispettivi cicli di bilancio, le cui tappe sono oramai scandite a livello europeo e si svolgono ampiamente al di là del loro raggio d’azione. In più, i Parlamenti hanno dovuto far fronte anche all’espansione dei poteri e all’emersione del volto tecnocratico di non majoritarian institutions politically disembedded quali la BCE e la Commissione e, nei casi in cui sussista il rischio d’insolvenza, all’intrusione del FMI in base al nuovo regime di rigorosa e stretta condizionalità introdotto sulla base del modello neoliberale del Washington Consensus… (segue)



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