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 Recensione a Giuseppe De Marzo, Anatomia di una rivoluzione, Roma 2012

Il libro di Giuseppe De marzo, Anatomia di una rivoluzione, non solo “è necessario”, come si legge nella introduzione di Marco Revelli, ma è anche e soprattutto un “grande” libro, poiché dischiude agli occhi del lettore la problematica immensa dell’antico rapporto tra uomo e natura. La raccolta di notizie e di tesi è estremamente varia e complessa, e, direi completa. Si tratta infatti, di un lavoro svolto con matura professionalità, che riporta il pensiero degli altri autori, per valutarlo e per trarne le conseguenze soprattutto sul piano pratico. Il pensiero originale che è alla base della trattazione consiste “nell’unire il degrado ambientale con l’iniquità sociale” e nel trovare per entrambi i problemi una unica soluzione: “La giustizia ambientale”, giustizia vista sia dal versante degli uomini, sia dal versante della natura. Si direbbe: giustizia per l’uomo e giustizia per la natura; rispetto per i diritti umani e rispetto per i diritti della natura. Questa tesi è dimostrata con un processo logico altamente scientifico. Il punto di partenza, come si è accennato, è la constatazione di essere davanti ad un circolo vizioso, nel quale crisi economica, diseguaglianza sociale e degrado ambientale si alimentano a vicenda. Ciò che prima di ogni cosa colpisce il lettore è il fatto “osceno” di popoli ricchi, che distruggono foreste e territori di popoli poveri ed indifesi, per mantenere i loro esorbitanti “stili di vita”, arrecando enormi danni ambientali, preoccupandosi solo di ottenere il “massimo profitto personale”, e non curandosi, né dell’ambiente, né dell’impoverimento dei popoli così sfruttati. Proprio secondo le ben note teorie neoliberiste, secondo le quali non bisogna preoccuparsi dei danni ambientali ed umani che si producono, poiché dopo un breve lasso di tempo, la ricchezza monetaria che si è guadagnata gioverà anche ai poveri ed all’ambiente che sarà meno sfruttato. Una vera e grande idiozia, che nessuna persona dotata di buon senso potrebbe mai accettare. Sta di fatto, tuttavia, che i popoli ricchi sfruttano oltre misura l’ambiente, sfruttano i poveri, i quali, e qui sta il circolo vizioso, sono costretti anch’essi, per sopravvivere a sfruttare ancora quel po’ di ambiente lasciato dai ricchi devastatori... (segue)



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