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NUMERO 22 - 22/11/2017

 Le élite politiche e amministrative

L’impostazione stessa della riflessione odierna pone in correlazione i due termini di élite e classe dirigente. In primo luogo, cosa intendiamo per élites? anzi cosa decidiamo di intendere per élites, visto che mi sono accorto che in sociologia e scienza della politica le definizioni sono più importanti e, al tempo stesso, ambigue perfino che nel diritto? Intenderei le élites come “ambiti di eccellenza” nei vari settori della società (questo mi sembra il senso della impostazione paretiana), fondati su tre elementi: merito, conoscenza, capacità di guidare e al tempo stesso di porsi al servizio della società nel proprio ambito di appartenenza. L’élite –ipocrisie del politically correct a parte- presuppone un’identità che si risolve nell’appartenenza; ma non nell’appartenenza quasi dominicale o familiare a un gruppo, quanto piuttosto nell’appartenenza a un “gruppo” che, in quanto tale, assume una precisa responsabilità nell’ambito della società. Se viene meno uno dei tre elementi, se l’appartenenza si risolve in logiche familiste, se l’élite si chiude, essa cessa di essere élite per divenire casta. Il rapporto tra casta ed élite è centrale nella riflessione sulle élites politiche e amministrative. Una letteratura diffusa quanto approssimativa, per non dir altro, identifica ogni “élite”, quanto meno nel campo istituzionale, in merce da banco frutta, o in una “Nomenklatura”, con il risultato di “scoraggiare” ogni ambito di potenziale eccellenza e di impostare il tema delle classi dirigenti non con riguardo al merito delle questioni bensì all’appartenenza delle persone. E così i rapporti istituzionali, a livello nazionale o internazionale, diventano un’ambigua rete di conoscenze, se non di malaffare; il cursus honorum diventa una sorta di estratto del casellario giudiziale; i riconoscimenti istituzionali sono sistematicamente frutto di intrighi, complicità, o quanto meno di comunanza di interessi. Una impostazione siffatta mina alla radice l’esistenza stessa di una “classe dirigente”, per sfociare in una impostazione populista estranea alle concezioni tradizionali di democrazia, della quale tali ragionamenti, fondati essenzialmente sull’istigazione all’invidia sociale, costituiscono la forma degenerativa della demagogia. Un Paese serio, per contro, deve porsi il tema della formazione di una classe dirigente che “peschi” nelle élites del Paese. E quindi il tema stesso delle élites e del loro ruolo di una democrazia moderna. Per contro, è vero che le élites, per porsi come classe dirigente, devono conservare i tre elementi identitari che abbiamo prima ricordato –conoscenza, merito, logica di servizio- senza i quali l’élite si chiude in una autoreferenzialità “insulare” e realmente si trasforma in casta, incapace di servire il Paese ma destinata anche inevitabilmente, prima o poi, a dissolversi. Come devono essere oggi le élites? Cosa si richiede loro per essere riconosciute come tali sul piano della cultura e della formazione? Esse sono e devono essere rapportate alle esigenze della società: devono essere europee, e non solo; dotate di cultura giuridica ed economica, identitarie ma non autoreferenziali. Devono soprattutto essere “al servizio” della società e non crogiolarsi nella convinzione, che spesso è pura credenza e quindi illusione, di essere indispensabili; il che non vuol dire ammantarsi di “finta modestia” salvo poi a pensare di essere unici depositari di “scienza e potere”, ma piuttosto essere consapevoli che dall’approccio “umile”, cioè “aperto” alle cose e alla società in cui si opera, deriva la propria autorevolezza e, quel che più conta, la propria legittimazione, che viene sempre dagli altri, mentre dall’approccio autoreferenziale e di eccessiva consapevolezza del proprio ruolo deriva al più un senso di “autorità” che il più delle volte finisce con il trovare riconoscimento solo all’interno del gruppo… (segue)



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