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NUMERO 20 - 24/10/2018

 Giudice amministrativo e cittadinanza

Lo studioso del diritto amministrativo che si approcci al tema della cittadinanza deve necessariamente prendere le mosse dalla constatazione della crisi in cui versa ormai da tempo il relativo concetto, riflettendo sulle sue possibili cause. A tal proposito, correttamente sono state rilevate le dirompenti conseguenze dei fenomeni migratori, i quali, nel loro essere “connotato strutturale dell’assetto globalizzato del mondo”, hanno massicciamente colpito (e stanno tutt’ora colpendo soprattutto) il nostro Paese. In altre parole, “la crisi della cittadinanza coincide con quella dello Stato sovrano nazionale e si accentua, sul piano politico, in conseguenza della dimensione globale dei problemi che assillano l’umanità e dell’estensione del multiculturalismo”. A ben vedere, la crisi della sovranità ha fatto sì che la cittadinanza sia venuta assumendo profili ambivalenti e perfino contraddittori: la cittadinanza, da progetto d’inclusione, esteso a tutti coloro che appartengono ad uno Stato-nazione, si è trasformata in dispositivo di esclusione per chi in quella condizione non si trova, palesando il rapporto “paradossale” esistente in epoca moderna tra un concetto di cittadinanza, che attraversa le differenze tra i regimi politici e le tradizioni culturali, e determinate forme di esclusione interna. Lungo questa via, dunque, la cittadinanza nazionale è divenuta strumento di esclusione, e non di inclusione, così come molto ampia è oggi la divaricazione tra persona e cittadino: se la cittadinanza viene effettivamente pensata come quello status cui sono collegati tutti i diritti politici, sociali e di partecipazione alla vita pubblica, potrebbe essere valorizzata come fattore di inclusione, ma se è distinta e contrapposta alla personalità, allora si rende fattore di esclusione. Ecco perché della cittadinanza, in dottrina, viene predicato un carattere intrinsecamente esclusivo e fortemente implicato con un irriducibile conflitto delle differenze: essa è esclusiva poiché il cittadino è in rapporto di alterità con lo straniero e con il non-cittadino, lungo un confine che è quello dello Stato, verso l’esterno, e quello degli ordinamenti particolari, verso l’interno. Insomma: il tema della cittadinanza, specie a causa della prevalenza delle ragioni della sicurezza, ha trasformato la questione dell’inclusione nell’esclusione dell’altro, considerato un intruso, un “problema in persona”. In realtà vi è di più. Oggi, proprio al tempo della globalizzazione, la formazione della cittadinanza si sperimenta entro quadri di riferimento più incerti e fluidi, ed emerge una storia di conflitti che evolve da una forma all’altra in modo progressivo o regressivo… (segue)



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