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FOCUS - Difesa europea, quali prospettive N. 1 - 14/01/2019

 Apertura dei lavori

Quello della Difesa Europea è uno dei temi fondamentali della mia azione di governo, al quale ho dedicato la massima attenzione fin dall’inizio del mio mandato.

È uno dei temi centrali delle Linee programmatiche del Dicastero che ho illustrato alle Commissioni Congiunte Difesa di Camera e Senato il 26 luglio scorso.

Per di più, qualche giorno fa, il 4 ottobre scorso, a Bruxelles, in occasione della Ministeriale NATO con i Ministri della Difesa di 29 Paesi dell’Alleanza, è stato dato il via libera al nuovo modello di pianificazione per il fianco Sud, incentrato sul NATO Strategic Direction Sud-Hub di Napoli, per concentrare l’attenzione verso quell’area di grande interesse non solo per l’Italia ma per l’Europa intera.

Questa è la grande novità di questi ultimi giorni, ma è da qualche anno che il tema della difesa europea è all’attenzione della politica, e ci sono tutte le ragioni per ritenere che non sia un fenomeno momentaneo, bensì il giusto adeguamento a mutate condizioni di natura strategica, economica e politica.

Non c’è alcun dubbio che lo scenario di sicurezza europeo abbia subito un cambiamento drastico.

Il lungo periodo di pace, prosperità e democrazia che il progetto europeo è stato in grado di garantire dal dopoguerra ai giorni nostri, è stato posto sotto minaccia da molti fattori: terrorismo internazionale, minacce ibride provenienti anche da attori non-statali, situazioni di crescente insicurezza sul fianco Est dell’Europa. Solo per citare quelle di particolare interesse in tema di sicurezza.

L’ISIS lo abbiamo combattuto con forza, e abbiamo raggiunto importanti risultati; ma è una minaccia ancora presente.

L’UE sta approntando la risposta alla minaccia ibrida in termini di “resilienza nazionale” di ciascun Stato membro, secondo il “whole of governemnt approach”, presupposto della cosiddetta “resilienza collettiva” dell’Unione stessa.

 

In merito alla percezione di insicurezza vissuta, a volte in maniera molto forte, da alcuni Paesi più a est dell’Unione, è questo un fatto che non possiamo disconoscere.

In ambito NATO, questo è ormai il principale motivo dietro le scelte che si stanno compiendo negli ultimi anni, a cominciare dall’adozione delle misure di rassicurazione verso i Paesi del fianco Est.

Come europei, dunque, ci troviamo davanti ad un crescente livello di minaccia proveniente sia dall’interno che dall’esterno delle nostre società, e questo genera paure ed incertezze.

L’Unione Europea si trova nella necessità di dover fronteggiare questi pericoli, perseguendo i propri interessi comuni, guidata dai propri principi e priorità.

In questo contesto, la European Union Global Strategy (EUGS), approvata nel giugno 2016, ha delineato il nuovo ruolo al quale l’UE deve tendere, quello di global security provider, ovvero ha definito una Unione dotata di autonomia strategica, sia tecnologico-industriale sia di capacità di intervento operativo, quest’ultima in sinergia con i partner, in primis la NATO, quale riferimento per la difesa collettiva.

In particolare la EUGS ha definito il rafforzamento della Politica di Sicurezza e Difesa Comune lungo tre pilastri: l’Implementation Plan on Security and Defence (IPSD), l’European Defence Action Plan (EDAP) ed il Common set of proposal per l’implementazione della Joint Declaration NATO-UE.

Al di là degli aspetti tecnici di questi provvedimenti, che rappresentano un’ottima intelaiatura all’interno della quale poter promuovere gli interessi degli Stati membri, l’EUGS rappresenta una nuova strategia per adattare alle esigenze odierne e all’attuale contesto geo-strategico la postura dell’architettura di Politica di Sicurezza e Difesa Comune dell’Unione, al fine di stimolare una più matura consapevolezza del valore aggiunto che l’UE può offrire nello scacchiere mondiale, soprattutto rispetto alla necessità di dotarsi di politiche attive.

L’Italia è da sempre favorevole al rafforzamento della difesa comune europea.

E questo è il motivo per cui, a fianco alle misure di protezione applicate all’interno del nostro territorio, sentiamo la necessità di incrementare l’efficacia della nostra azione, nell’ambito della UE, nelle aree di crisi, dove l’estremismo si sviluppa e genera poi la minaccia terroristica; siamo aperti a stabilire efficaci partnership; cerchiamo collaborazioni industriali con i Paesi dell’Unione.

 

Per questo l’Italia continuerà a sostenere ogni iniziativa per supportare la visone strategica indicata dalla EUGS: sia in termini di condivisione di capacità, operative e industriali, con gli altri Paesi dell’Unione, sia in termini di complementarità d’azione e trasparenza nell’ambito della sinergia UE-NATO.

Finora la UE ha già dato buone prove in termini di specifiche iniziative di Pooling-and-Sharing, quali lo European Air Transport Command, e dimostrato che progetti congiunti quali il Tornado, l’Eurofighter o il futuro EU-MALE (drone UE Medium Altitude Long Endurance) rendono possibile un’effettiva cooperazione tra le industrie nazionali su progetti grandi e costosi.

In termini di complementarietà UE-NATO, d’altro canto, è indiscutibile che un’organizzazione più sinergica delle difese dei diversi Stati europei consentirebbe all’UE di essere un interlocutore più forte e gestibile anche per la NATO stessa.

In proposito lasciatemi esprimere una riflessione di carattere squisitamente politico.

Oggi parliamo di difesa europea.

Ma qualcuno si spinge a parlare anche di “difesa dell’Europa”.

Ora, a prescindere dal fatto che sia l’Unione Europea in quanto tale ad assumersi la leadership di un’azione militare per la tutela dei propri interessi e dei suoi cittadini, oppure siano alcuni singoli Stati ad assumersi tale iniziativa, una cosa deve essere chiara: difendere l’Europa non può più essere un onere devoluto in buona misura ad altri, a cominciare dagli Stati Uniti e, quindi, alla NATO.

Gli Europei devono difendere la loro Europa, come approccio indispensabile per poter poi fare sentire la nostra voce a livello globale.

È per questo motivo che dobbiamo davvero cambiare passo nella costruzione dell’Europa della difesa.

Rinunciare a collocare in una dimensione europea i principali dossier, e tra questi la difesa è fondamentale, rappresenterebbe un rallentamento se non addirittura una battuta d’arresto nel processo di integrazione europea.

Insomma, l’Europa non è più, purtroppo, “così prospera, libera e sicura”, come affermava Javier Solana nel 2003.

E questo ha imposto un cambiamento anche di mentalità, rispetto ad argomenti considerati a lungo come dei tabù.

Ad esempio per decenni, nessuno in Europa – intendo dire nell’Unione Europea – voleva esplicitamente parlare del tema degli investimenti militari.

Persino i beni e le tecnologie cosiddette “dual-use” erano viste con diffidenza.

Quanto sta avvenendo negli ultimi tempi, e quindi il cambio di mentalità a cui ho fatto cenno, ha cambiato finalmente questa percezione.

L’Unione, infatti, si è finalmente dotata di strumenti concreti per sostenere le capacità militari dei Paesi membri.

È il cosiddetto Fondo Europeo per la Difesa che, a partire dal 2021, assicurerà risorse aggiuntive per circa un miliardo e mezzo all’anno, con le quali integrare gli investimenti degli Stati membri in ricerca, sviluppo e acquisizione di capacità militari.

Queste risorse aggiuntive sono importanti, perché saranno un forte incentivo ad imboccare la strada dei progetti congiunti, gli unici che possono essere co-finanziati dall’Unione.

Alla decisione sulla istituzione del Fondo europeo si aggiunge l’avvio della Cooperazione Strutturata Permanente, grazie al lavoro compiuto dall’Italia insieme a Germania, Francia e Spagna.

Consentitemi un’ultima riflessione.

Al di là di questi aspetti squisitamente politico-militari, penso che l’ideale di una Difesa europea, possa, anzi debba essere raggiunto anche attraverso la “narrazione” di una Europa unita, cioè il saper spiegare alla pubblica opinione le ragioni che devono indurre i Paesi dell’Unione, i cittadini europei, a proseguire con decisione sulla strada della cooperazione.

Oggi la narrazione di un’Europa “perdente” di fronte alle sfide poste dallo scenario economico e politico internazionale risulta essere prevalente in molti Paesi europei.

Le difficoltà ci sono realmente, non lo nascondiamo, ma dobbiamo anche tornare a raccontare le tante cose buone che l’Europa ha già fatto, e a immaginare quelle che potrà fare in futuro.

 

Grazie.

 



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